Allacciarla dopo è inutile

7 11 2008

Si è parlato molto, giorni fa, di un episodio che ha coinvolto gli autisti di due PP. AA. del ponente ligure, la Croce Verde di Arma di Taggia e la Croce d’Oro di Cervo, i quali, durante un controllo effettuato dai Carabinieri, sono stati sanzionati per il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza. La questione si potrebbe inquadrare sotto molti aspetti e i commentatori sul blog de Il Secolo XIX non si se ne sono lasciati sfuggire neanche uno. Anzi, forse uno sì, ma poi lo vedremo. Comunque, c’è chi si indigna di fronte alla “opportunità morale” di elevare una contravvenzione a dei volontari perché, appunto, sono volontari e quindi andrebbero trattati con un occhio di riguardo; e poi c’è chi sostiene che i Carabinieri dovrebbero fare cose più importanti, invece di tenere ferma un’ambulanza con paziente a bordo (si trattava di un trasporto ordinario, ovviamente) al solo scopo di contestare un’infrazione all’autista; e poi ancora c’è chi osserva, con sdegno, che proprio gli appartenenti alle forze dell’ordine, cioè quelli che ci controllano, sono i primi a non indossare le cinture di sicurezza quando girano per la città. Tra tutti questi ambiti di dibattito, più o meno condivisibili, tuttavia non ce n’è uno che assuma come arbitro della questione il caro, vecchio e semplice buon senso, anziché puerili e sterili luoghi comuni, del tipo: “se io vengo punito allora devi esserlo anche tu”, oppure melodrammatici ricatti morali, come: “se fai la multa a me che sono un volontario, io il volontario non lo faccio più”, o, ancora peggio, arbitrarie estensioni di deroghe all’italiana: “se non le usano i Carabinieri le cinture, allora non le metto neanch’io che son soccorritore”. Ebbene, in tutte queste traballanti reazioni di stampo populista, a mio avviso, il buon senso latita… e lo fa alla grande.

Eppure, buon senso a parte, l’articolo 172 del Codice della Strada, almeno per quanto ci riguarda, è molto chiaro. Non ve lo riporto tutto ma solamente la parte che ci interessa, cioè il comma 8, che dice così: “Sono esentati dall’obbligo di uso delle cinture di sicurezza (…): a) gli appartenenti alle forze di polizia e ai corpi di polizia municipale e provinciale nell’espletamento di un servizio di emergenza; b) i conducenti e gli addetti del servizio antincendio e sanitario in caso di intervento di emergenza”.  Ora, per quanto concerne le forze di Polizia, visto che tanto si discute se loro, cioè quelli che ci fanno le multe, debbano o meno dare il buon esempio, da lungo tempo si dibatte sulla questione della congiunzione “e” (quella sottolineata) all’interno del primo capoverso del comma 8, poiché, a seconda dell’interpretazione che si vuole dare al testo, può svolgere due funzioni diverse. La prima, più intuitiva, è quella di congiunzione semplice, e vorrebbe che le forze di Polizia tutte, Municipali e Provinciali comprese, siano esentate dall’utilizzo delle cinture di sicurezza solo durante l’espletamento “di un servizio di emergenza”. Quindi, una pattuglia di Polizia o di Carabinieri che transita tranquillamente per le vie cittadine dovrebbe indossare le cinture come tutti gli altri mortali, anche perché la loro testa è a rischio quanto quella di un idraulico o di un impiegato del catasto; ma, ahimè, c’è una seconda versione di quella stessa frase, una versione che assume un significato molto diverso dal precedente semplicemente attribuendo a quella “e” il valore di congiunzione tra due opzioni distinte, ovvero tra la prima parte, dove si dice che le forze di Polizia sono sempre esentate dall’utilizzo delle cinture di sicurezza, e la seconda che estende il privilegio anche alle Polizie Municipali e Provinciali ma, quest’ultime, solo durante i servizi di emergenza. Quindi, stando a questa interpretazione, gli appartenenti a Polizia, Carabinieri, Guarda di Finanza e Penitenziaria sarebbero esentati sempre dall’uso delle cinture di sicurezza, mentre la Municipale e la Provinciale solo in situazioni di emergenza. Forte vero? Quale sia l’interpretazione giusta io non lo so, e forse non lo sa nessuno. Buona parte della legislazione italiana, secondo me, utilizza deliberatamente l’ambiguità dei contenuti per far sì che alcuni soggetti (ma solo alcuni), qualunque cosa facciano e comunque si comportino, non sbaglino mai; oppure, se sbagliano, riescano sempre a farla franca uscendone indenni, a testa alta e pure un po’ scocciati del disturbo.

Ma torniamo a noi. Io, se devo esser sincero, considero tutto il ragionamento precedente come un bell’esercizio di onanismo mentale fine a se stesso, che lascia il tempo che trova. Ma insomma, che facciano un po’ quello che vogliono le cosiddette “forze dell’ordine”. Lo so, avete ragione, dare il buon esempio dovrebbe essere quanto meno un dovere morale, anche se non scritto nero su bianco, ma se non lo fanno mica vuol dire che possiamo imitare un cattivo esempio ed esimerci pure noi dal rispettare le regole; ragazzi, siamo in Italia: le regole le rispetta solo chi vuole, purtroppo, e noi lo vogliamo, vero? Anche perché per noi, noi umili controllati, la situazione è molto più chiara: i conducenti e gli addetti al servizio sanitario sono esentati dall’uso delle cinture solo nei casi di servizio di emergenza. In tutti gli altri no. Non credo occorra definire “servizio di emergenza” ma, per chi ci legge e non è addetto ai lavori, voglio specificare che un veicolo si trova in servizio di emergenza quando è autorizzato ad azionare i dispositivi supplementari d’allarme, sirena e luce lampeggiante blu (mi raccomando da usarsi sempre e solo congiuntamente). Solo in quel caso, volendo, siamo esentati dall’utilizzo della cintura. Ho detto “volendo” e non è certo un verbo scelto a caso. Di fatti, in emergenza non ci è mica vietato l’utilizzo della cintura, semplicemente non è obbligatorio. E le cose sono ben diverse.

Vedete, il contesto in qui vorrei inquadrare e concludere la questione è proprio quello del buon senso; un ambito che, a quanto pare, nessuno ha ancora preso in considerazione. Facciamoci una bella domanda: a cosa serve la cintura di sicurezza? Risposta: la cintura di sicurezza non serve a chi la allaccia solo per evitare una sanzione di 70 euro e la decurtazione di 5 punti dalla patente (se guida); non serve nemmeno a chi ci controlla per accanirsi nella ricerca dei soggetti che non la indossano allo scopo di elevare contravvenzioni o dimostrare che lui può fare ciò che vuole e noi no, ma dai… ; la cintura di sicurezza serve semplicemente a impedire che l’occupante di un veicolo coinvolto in un sinistro stradale, indipendentemente dalle responsabilità e dalla dinamica, si faccia male; o, se non altro, agisce affinché se ne faccia il meno possibile. Ecco a cosa serve la cintura di sicurezza. Dovrebbe bastare questa definizione per far scattare in automatico un intelligente istinto di sopravvivenza che ci induca ad allacciare, sempre, la cintura di sicurezza o, almeno, a farlo il più possibile delle volte (ci sono casi in cui i militi addetti al vano sanitario, se devono accudire un paziente, non possono proprio indossarle). Ed è un automatismo, questo, che non appartiene al Codice della Strada, e che forse non compare in nessun testo (se non questo), giacché rientra nel grande libro del buon senso, il volume non scritto che ognuno di noi dovrebbe tenere sul comodino e leggere prima di addormentarsi. Ma non m’illudo, se noi fossimo persone dotate di buon senso, ma di quello vero, non ci sarebbe bisogno di qualcuno che ci dica di usare le cinture di sicurezza e, tanto meno, di qualcuno che ci punisca se non lo facciamo e, ancor meno, di qualcuno che s’indigni quando ci beccano in flagrante. Se ciò accade, ed è vero, significa che sui nostri comodini c’é di tutto, dalla Bibbia al Kamasutra, da Topolino alla Storia della Rivoluzione Russa, ma il libro del buon senso ancora non vi trova spazio. Peccato.

No, mi dispiace, non c’è obiezione che tenga: noi dobbiamo usare le cinture di sicurezza tanto quanto, e forse ancor più, di tutti gli altri. Sempre. E ben vengano le multe, visto che da soli non riusciamo a capirlo. Ma santo cielo, diamolo noi l’esempio se non lo fanno quelli che dovrebbero, diamolo noi perché siamo gli unici che veramente sanno cosa succede a chi non indossa la cintura in caso di incidente (visto che poi lo andiamo a raccattare). Scusate, se non la conosciamo noi l’utilità di un ancoraggio che ci impedisca di continuare a viaggiare alla stessa velocità dell’automobile, dopo che l’automobile si è schiantata contro un muro o contro un’altra auto, chi la dovrebbe conoscere? Siamo seri, su… Ma soprattutto siamo coerenti, tra quello che siamo e quello che facciamo. Davvero, non vorrei scoprire d’appartenere a un gruppo di persone che si sgolano nel criticare, indignati, le forze dell’ordine perché non allacciano le cinture di sicurezza e poi, per il fatto d’indossare una divisa, non lo fanno neanche loro (la sindrome, tutta italiana, di onnipotenza da divisa che autorizza a fare qualsiasi cosa, anche a spaccarsi la testa…). A criticare facciamo bene, certo, ma imitare i comportamenti che critichiamo è una cosa a dir poco idiota. Se, ad esempio, incrociamo una pattuglia di Vigili senza cinture (non ci sono dubbi: loro devono allacciarla sempre, salvo i rarissimi casi di emergenza) abbiamo tutto il diritto di risentirci e con forza, perché non è giusto che si comportino così, ma per farlo dobbiamo prima di tutto essere in regola con noi stessi, per coerenza, onestà, coscienza e intelligenza. La nostra divisa poi non ci autorizza a fare un bel niente, credetemi, se non a lavorare gratis. Ci rende visibili in tutte quelle situazioni in cui la nostra presenza potrebbe costituire un pericolo, per noi stessi e per chi sopraggiunge ma, a parte questo, siamo come tutti gli altri: quando sfondiamo un parabrezza o veniamo proiettati sull’asfalto, la nostra testa e le nostre ossa si frantumano come cristallo di Boemia anche se indossiamo i pantaloni rossi con le bande rifrangenti. Vi garantisco che è così. E non mi pare il caso di sperimentarlo per convincersene (il metodo empirico lasciamolo agli “esentati”).

No, usiamo il buon senso, ragazzi, e in qualunque situazione, comprese quelle in cui potenzialmente saremmo esonerati (che paradossalmente sono anche le più a rischio… chissà perché, forse vogliono farci estinguere?), allacciamoci sempre la cintura di sicurezza. Ma non per evitare una stupida (e fondatissima) multa da 70 euro, facciamolo per salvarci la pelle. I Volontari sono sempre di meno, se quei pochi che restano si fracassano la testa contro i parabrezza, o vengono soffocati dall’airbag, chi li andrà a raccogliere? Buon senso, gente, ci vuole buon senso. E chi non ce l’ha, peggio per lui. Si vede che la selezione naturale del terzo millennio lavora in questo modo: alla lunga sopravviveranno solo gli individui nel cui dna compare il gene che induce ad allacciare casco e cintura. Con buona pace dell’inossidabile e inconfutabile Darwin.

P.S.: fin qui abbiamo parlato di Volontari, ma i dipendenti non hanno obblighi inferiori, anzi: svolgendo il loro lavoro a bordo di un veicolo hanno, in più, il “dovere contrattuale” di rispettare il Codice della Strada. Che è tutto dire. Sicuramente non ce ne sarà bisogno, ma credo di essere condiviso nel sensibilizzare la nostra dinamica Direzione dei Servizi a far sì che certe elementari regole di sicurezza vengano rispettate fino in fondo. Sempre e da tutti. A qualsiasi costo.





Post triste e arrabbiato

31 10 2008

Questo è un post triste. Qui si parla di tristezze diverse, o meglio di diversi livelli di tristezza, per cui, chi non ne avesse voglia è avvisato, così da poter cambiare pagina prima di rimanervi intrappolato dentro. Non si sa mai. Per gli altri invece vado avanti.

Allora, tutto inizia con un incidente stradale, uno dei tanti che succedono ogni giorno nel mondo. Ma è uno di quegli incidenti maledetti in cui c’è qualcuno che a casa non ci torna più. E’ accaduto la notte tra Domenica 12 e Lunedì 13 Ottobre, a Cogorno, quando un’ambulanza della Croce Rossa è entrata in collisione con una vespa, e il conducente di quest’ultima ha avuto la peggio. Luca Paini, così si chiamava, doveva essere una persona davvero speciale, amata e apprezzata da un sacco di gente, tantissima, e il vuoto che ha lasciato su questo pianeta è uno di quelli assolutamente incolmabili. Il primo livello di tristezza è proprio questo. Nessuno può nemmeno immaginare il dolore che si prova quando una persona, che fino ad un minuto prima costituiva l’ordinario straordinario del nostro quotidiano, scompare per sempre. Nessuno tranne coloro che gli stavano vicini e che, su quella che adesso sembra una voragine immensa, avevano costruito la loro vita. I familiari, gli amici e tutti quelli che tenevano Luca nel cuore ora vivranno mutilati per il resto della loro esistenza. E questa è la tristezza che più forte non si può.

Il secondo livello di tristezza è quello dell’altra persona coinvolta nell’incidente: l’autista dell’ambulanza, un volontario della Croce Rossa di Cogorno, uno come noi insomma. Il ruolo che il destino gli ha riservato è tra quelli più pesanti che coscienza possa mai sopportare. Il fatto stesso di essere sopravvissuto, in certe circostanze, ti fa sentire in colpa; quasi che le responsabilità di una disgrazia debbano per forza ricadere su chi ha avuto la fortuna di cavarsela. E’ solo una sensazione, certo, ma è palpabile e concreta come la realtà che ci circonda, pur non avendo nessun legame ufficiale con la dinamica dei fatti, la quale è di esclusiva competenza degli organi preposti e su cui non mi azzardo a formulare giudizi o ipotesi, anche perché, siamo onesti, non servirebbe proprio a niente. Stabilire come sono andate le cose è un atto dovuto, ovviamente, ma il tempo non è un nastro che si può riavvolgere. Il passato resta passato, immutabile nella tragicità dei sui ricordi. Comunque sia, l’autista dell’ambulanza sta vivendo un momento di tristezza nei confronti del quale, non tanto per solidarietà tra volontari quanto per calore umano, credo che un abbraccio, anche solo simbolico, non possa fargli che bene. E’ una situazione che potrebbe capitare a chiunque di noi, volontario o meno, in ambulanza o nella sua auto, e sentire qualcuno vicino, a volte, ti aiuta a continuare a vivere.

Il terzo livello di tristezza, infine, è il mio. Molto, molto più lieve dei precedenti, sembra più simile alla rabbia che ad altro. Tristezza + rabbia = amarezza? Non lo so, forse sì. Comunque giudicate voi. E’ il sentimento che mi ha pervaso quando ho letto l’articolo apparso sul Secolo XIX del 18 Ottobre 2008, nel quale si riferiva dell’imminente svolgimento dei funerali di Luca Paini. Ad un certo punto il cronista comunica che sulla tragedia è voluto intervenire, per dire la sua, un certo Mirco Jurinovich, segretario regionale per la Lombardia (?) della Cisal – Fialp Croce Rossa Italiana. Praticamente un sindacalista della Croce Rossa (loro ce l’hanno) il quale, con un distacco degno di un frigorifero ventilato, dice testualmente: “Da oltre vent’anni svolgo l’attività di autista-soccorritore nelle fila della Cri. Nonostante negli ultimi anni si sia assistito ad un notevole cambiamento delle metodologie di intervento in materia di emergenza sanitaria extra ospedaliera, nel nostro Paese non viene ancora riconosciuta la figura del soccorritore professionale e tantomeno un adeguato percorso formativo. Laddove è sempre più richiesta una maggiore professionalità, si fa ancora ampio ricorso al volontariato. Risulta così che normali cittadini, al termine di una impegnativa giornata di lavoro, indossino la divisa e si trasformino in soccorritori. Ma queste persone possono considerarsi psico-fisicamente idonee alla guida di un mezzo di soccorso? Questa domanda vorrei porla a chi sfrutta il fenomeno del volontariato per turare le falle della sanità pubblica”.

E meno male che è venuto apposta dalla Lombardia per illuminarci! Ma vi rendete conto? A parte ogni considerazione di opportunità sul tempismo con il quale ci omaggia di esternazioni tanto elevate – eravamo a ridosso di un funerale, e di “quel” funerale – praticamente il signor Jurinovich ci sta dicendo che in giro ci sono troppi volontari sulle ambulanze e, siccome lavorano tutto il giorno e si stancano, quando diventano soccorritori – quei disgraziati che non hanno di meglio da fare – potrebbero non essere nelle condizioni psico-fisiche adeguate. E allora succedono gli incidenti. Semplice no?

Ma c’è anche una valutazione di merito con la quale vorrei dipingere le sue nobili parole e, mi dispiace, ma è una valutazione poco gratificante per lui e per tutto quello che rappresenta. Il suo scopo, evidentemente, è quello di patrocinare gli interessi dei dipendenti della Croce Rossa – solo dei dipendenti, sia ben chiaro – e, signori miei, lo fa comportandosi in una maniera a dir poco sconcertante: partendo dal ghiotto presupposto che un volontario è stato coinvolto in un orribile incidente – un volontario che magari aveva lavorato durante il giorno e che la sera poteva anche essere un po’ stanco – il buon Jurinovich non ha esitato un attimo a strumentalizzare la tragedia, una brutta tragedia, per il suo tornaconto sindacale, denunciando spudoratamente la mancanza di professionalità (leggi “carenza di dipendenti”) all’interno dell’associazione di cui quel volontario fa parte. E’ una vigliaccata gratuita che offende e affonda, senza remore, non solo il povero autista di Cogorno ma tutto il mondo del volontariato sanitario. Un mondo che, oltre ad essere ben orgoglioso di esistere, costituisce un’eccellenza, nell’ambito delle attività spontanee e solidali, sia dal punto di vista della preparazione che di quello della professionalità e dei risultati ottenuti.

Che poi il sistema sanitario nazionale ci sfrutti è un altro discorso. E’ vero ma, grazie Signor Mirco, ce ne eravamo accorti anche da soli. Sono quarant’anni che ci facciamo sfruttare, se proprio vuole saperlo, ma lo facciamo con la passione e il senso civico di coloro per i quali un nobile fine giustifica i mezzi. Quando non ci sono alternative e una cosa va fatta ci tiriamo su le maniche e la facciamo, punto. Senza troppi discorsi e, soprattutto, senza aspettare la tristezza di qualcuno da usare come strumento per dimostrare che questo non è il migliore dei mondi possibili. Se un giorno ci saranno solo dipendenti nel settore dell’emergenza sanitaria extra ospedaliera, come lei auspica, non potremmo che esserne felici perché, sicuramente, loro non saranno stanchi quando si metteranno alla guida delle ambulanze e noi potremmo fare dell’altro dopo il lavoro o dopo la scuola o magari di notte. Ma, mi creda, se lo spirito col quale affronteranno questo delicato lavoro sarà lo stesso con cui lei oggi li difende, sinceramente, non so se potremmo essere tanto sereni quando chiameremo le sue ambulanze professional…

In ogni caso, nel frattempo che dovremmo fare? Aspettare e sparare a zero su quelli che ancora una coscienza ce l’hanno? No grazie, ci sta già pensando lei a questo. E devo dire che le riesce piuttosto bene.

Complimenti e tanti saluti da parte di tutti noi “inidonei psico-fisici del soccorso”.





Si ricomincia…

26 10 2008

Allora ecco che si ricomincia. O meglio, almeno per quanto riguarda me, e molti altri, sarebbe forse il caso di dire che si continua, giacché in fondo nulla è cambiato e nulla si è interrotto, se non formalmente, rispetto al passato. Comunque da oggi (spero che Vale mi perdoni per averla lasciata tutto questo tempo senza paternali, ma è solo oggi che le operazioni elettorali si sono concluse), da oggi il nuovo Direttivo è ufficialmente pronto a lavorare e, riconferme a parte, ci sono alcuni validissimi nuovi elementi che sicuramente si faranno apprezzare per entusiasmo, capacità e serietà. Gli do il mio personale benvenuto e gli auguro con tutto il cuore di realizzare i propri progetti nel migliore dei modi possibili. Ma tornando agli “anziani” come me, dicevo, ben poco è cambiato: solo un paio di settimane fa ero il vecchio Segretario della P. A. e oggi, bontà vostra (vi ringrazio ma ve la siete cercata), sono quello nuovo. Nuovo per modo di dire visto che, tra un mandato e l’altro, questo è il decimo anno consecutivo che ricopro la carica e quindi di veramente nuovo dovrebbe esserci ben poco. Però, nonostante tutto, qualche novità vorrei comunque proporvela.

Succede un po’ come quando, passando da una stagione all’altra, rinnoviamo il guardaroba senza aspettare che cambi il clima. Più che un’esigenza connessa alle circostanze è il desiderio di cambiare abitudini che ci muove. Un cambiamento non necessariamente sinonimo di miglioramento (ci sono giornate d’ottobre che col maglione di lana sudiamo come bestie) ma figlio di quel desiderio naturale di rinascita che caratterizza tutti i cicli della natura. Chi non ha mai provato la voglia di rompere col passato e vivere l’esperienza, o almeno averne l’illusione, di ricominciare da zero?

Ora, io non ho intenzione di cancellare nulla, per carità, però qualche piccolo esperimento che ci dia l’idea di un rinnovamento potremmo anche tentarlo. Comunque vada non dovremmo avere nulla da perdere. E il mio rinnovamento parte proprio da questo blog. Sono ormai due anni che l’abbiamo aperto (uso il plurale immeritatamente dato che l’idea e il lavoro iniziale sono stati del nostro maestro Andrea, non miei), e in due anni ha avuto un discreto successo. Contiamo ad oggi 24.000 accessi (attenzione: non significa che 24.000 persone sono venute a visitarlo ma che un certo numero di persone lo hanno visitato 24.000 volte, è un po’ diverso) con una media di circa un centinaio al giorno. Lo so, nel mondo di internet non è niente di eccezionale anzi, però nel nostro piccolo, contando che noi non facciamo blog ma tutt’altre cose, e tenendo presente che le associazioni analoghe alla nostra, almeno quelle vicine, non hanno nulla di simile direi che, modestamente, possiamo anche esserne un po’ orgogliosi. Senza esagerare, ovviamente.

Comunque, dicevo, se rinnovamento dev’essere io lo farei partire proprio da qui, dal blog. E infatti, come avrete notato, mi sono preso la briga di rifargli il look. Lo stile precedente non era male, tutt’altro, ma era appunto quello “precedente”. Ci aveva abituati troppo alle sue caratteristiche e col tempo avrebbe finito per stufarci. Succede con le persone, figuriamoci con le cose… Questo è simile al vecchio ma è anche diverso. Leggero, essenziale e dinamico, spicca per una certa modernità ma senza tagliare i ponti col passato che restano evidenti nei colori (il verde prima di tutto) e nei caratteri del testo, ma con in più il pulsante “Chi siamo?” in alto che consente, a chi lo volesse, di conoscerci meglio senza scorrere tutti i post a ritroso fino all’inizio. A me è piaciuto molto. Ditemi voi che ne pensate.

Fin qui per quel che riguarda la forma. Ma è anche nella sostanza che vorrei apportare alcuni ritocchi. Mi piacerebbe conferire un carattere a questo blog, una peculiarità distintiva, una sua personalità. Fino ad oggi abbiamo parlato un po’ di tutto ma sempre mantenendo posizioni diplomaticamente equidistanti da ogni giudizio. Non abbiamo mai affrontato argomenti compromettenti o per i quali sarebbe stato necessario prendere una posizione netta. Ovvero, pur avendo le idee chiare, ci siamo sempre elegantemente astenuti dall’esporle fino in fondo, un po’ per eccessivo rispetto delle opinioni altrui, un po’ per il quieto vivere ed un po’ perché avevamo altro a cui pensare. Ebbene, forse non dovrei dirlo, ma io mi sono un po’ stufato di accontentare sempre tutti; di dire o non dire cose in funzione della reazione che qualcuno potrebbe avere; di pensare prima agli altri che a noi stessi, soprattutto quando si tratta di sostenere una tesi a difesa della nostra stessa esistenza. Non fraintendetemi, non sto dicendo di essere sottostato a censure o “inviti alla moderazione” da chicchessia (se fosse accaduto lo avrei comunicato a caratteri cubitali) ma, più semplicemente, che in totale autonomia, come buona parte di voi del resto, ho spesso anteposto l’interesse comune del “volemose bene” all’esigenza di dire ciò che realmente pensavo. Non ho mai pubblicato versioni del mio pensiero non rispondenti al vero però, lo ammetto, a volte mi è capitato di edulcorarle o di riassumerle in modo tale da limarne gli spigoli più fastidiosi. In alcuni casi, addirittura, ho preferito rinunciare ad esprimermi (è accaduto, sì, ma non avevo alternative) piuttosto che dire parole non propriamente mie. Non credo di stare dicendo cose assurde, o rivelazioni scioccanti, anche perché, da quel che mi è sembrato, pure qualcuno di voi si è comportato allo stesso modo. In sostanza, per educazione, e buona creanza, non abbiamo mai detto niente che potesse infastidire qualcosa o qualcuno, neppure se quel qualcosa o qualcuno ha infastidito noi. Solo una volta uno dei nostri ha osato uscire un po’ dalle righe (e nemmeno troppo, date le circostanze in cui ci trovavamo) e – indovinate un po’ – subito l’indignata reazione non ha tardato a palesarsi con formale lettera raccomandata di diffida, corredata di minaccione finale. Ma vi rendete conto?

Ecco, io avrei voglia di darci un taglio. Avrei voglia di cominciare a dire pane al pane e vino al vino senza preoccuparmi troppo di come il pane o il vino, o chiunque sia, potrà prendersela; avrei voglia di dire a quelli che ci giudicano cosa penso di loro, papale papale, proprio come loro fanno con noi; avrei voglia di spiegare a quelli che ci prendono per i fondelli che se a volte passiamo per fessi è solo perché non perdiamo mai di vista l’orizzonte del buon senso ma che, se avere buon senso significa per forza passare per fessi allora, cari miei, noi non ci stiamo più. Insomma, se ci cercate ci trovate.

Questo non vuol dire, e ci mancherebbe altro, che comincerò o cominceremo a sparare insulti a destra e a manca o a diffondere i nostri ideali come unici ed incontrovertibili. Non sono e non siamo certo i tipi. Mi piacerebbe semplicemente avere la libertà di difendermi e di difenderci, nei (rari) casi in cui si presentasse l’eventualità, con le stesse armi a disposizione di chi ci attacca. E, se possibile, anche migliori. Tutto qui.

Sono piccoli cambiamenti quelli che vi propongo (anche se le conseguenze potrebbero esserlo un po’ meno), è vero, però credo che in un contesto di coerenza nel quale si sta sviluppando il nostro cammino diventino quasi inevitabili. Perché è il mondo intorno a noi che sta mutando, e lo fa con una velocità a dir poco incredibile. Penso che, se vogliamo continuare a rapportarci con gli altri mantenendo lo stesso spirito di sempre, non possiamo esimerci dal cambiare anche noi. Sembra un paradosso ma è così: dobbiamo cambiare per rimanere noi stessi! Altrimenti corriamo il rischio di invecchiare; semplicemente, silenziosamente e banalmente invecchiare. Ma siamo troppo giovani e abbiamo ancora un sacco si cose da portare avanti per poterlo fare, adesso, con la necessaria, dovuta e meritata serenità.

Comunque questo non è il mio blog. E’ il blog dei volontari e solo i volontari potranno decidere se cambiare qualcosa o rimanere così. Non c’è nessun obbligo e, ancor meno, nessuna imposizione. Come al solito. Il soggetto è colui che compie l’azione e, mai come in questo caso, si tratta un soggetto plurale. A voi la parola dunque.





12 e 26 Ottobre 2008: esercizi di democrazia

6 10 2008

Domenica 12 Ottobre si svolgeranno le operazioni di voto per il rinnovo delle cariche sociali ai Volontari del Soccorso. Andremo ad eleggere i componenti del futuro Consiglio Direttivo, della Commissione Disciplina, dei Revisori dei Conti, il Presidente d’Assemblea ed il Portabandiera, i quali rimarranno in carica, salvo imprevisti, fino al 2011. E’ una prassi obbligatoria, quelle delle elezioni, che il nostro Statuto prevede si verifichi ogni tre anni. Ogni triennio, cioè, le persone che sono state alla guida della pubblica assistenza cessano dal loro incarico e tutto viene rimesso alla volontà dei soci. Saranno gli elettori, infatti, a decidere la futura dirigenza dei Volontari del Soccorso. Essi potranno scegliere tra una rosa di candidati, stilata dalla Commissione Elettorale, le persone che preferiscono e, come di consueto, la maggioranza vincerà. Semplice ed efficace, no? Si tratta né più né meno di un elementare esercizio di democrazia rappresentativa, per effetto del quale i singoli soci delegheranno i candidati a loro più affini (per idee, spirito, simpatia o quant’altro) alla conduzione della società di cui fanno parte. E’ una “cosa” che a noi, nati in democrazia, può sembrare ovvia e banale ed alla quale non diamo più nessuna importanza ma, in realtà, questa “cosa” (anche nelle sue coniugazioni più superficiali e marginali come le elezioni di una pubblica assistenza di provincia), questa benedetta democrazia, è niente popò di meno che il nucleo fondamentale della società civile. E, purtroppo, non è così scontata come si potrebbe pensare (basta guardarci un attimo intorno). I nostri nonni e i loro padri hanno combattuto per lei, hanno sudato, sputato sangue, hanno dato anche la vita, con il nome di partigiani e nascosti nei boschi, tra gli alberi, sugli Appennini, nelle pianure, tra le mura di città occupate e distrutte, nelle cantine, nei pozzi, sui tetti; ed è proprio in quei luoghi, e grazie a loro, che la Costituzione Italiana è stata concepita. Essa è una delle migliori carte del mondo, un testo scorrevole, lineare e pulito ma, provate a leggerla, tanta semplicità non si lascia ingannare: sulla democrazia non si transige mai. Nessun compromesso può essere accettato se, anche solo marginalmente, corre il rischio di offuscare la lampada democratica che illumina i cittadini. E, nonostante tutto e nonostante tutti (a volte bisogna proprio dirlo), oggi regge ancora il colpo.

Il nostro Statuto e tutt’altra cosa, per carità, non oso nemmeno paragonarlo alla splendida completezza del testo costituzionale ma, credetemi, lo spirito democratico che lo anima è esattamente lo stesso. La democrazia non ha mezze misure: o c’è o non c’è. Con una Costituzione come la nostra va da sé che qualsiasi altra carta fondamentale, di ente, associazione, circolo o comitato, non possa fare a meno di ispirarsi e uniformarsi a certi principi universali. E’ una cascata di civiltà la cui fonte è il testo costituzionale, nato dalle fatiche dei nostri nonni, e la cui foce siamo noi. Ognuno di noi, nessuno escluso.

E’ per queste ragioni che, ogni volta che vengo chiamato ad una consultazione elettorale, fosse anche il comitato di quartiere o l’assemblea di condominio, mi guardo bene dall’astenermi o dal sollevare sterili, pretestuose e meschine polemiche allo scopo di giustificare la mia assenza. L’astensionismo non è una forma di protesta, come va di moda dire oggi, non lo è mai stata. L’astensionismo è la bieca e ingiustificabile rinuncia ad esercitare il “diritto” per eccellenza: quello della partecipazione attiva; un diritto talmente evoluto che, nel rispetto delle libertà individuali e delle volontà personali, non osa neppure trasformarsi in dovere (se non civico) né, tanto meno, in obbligo. Oggi siamo talmente liberi di fare tutto ciò che vogliamo da arrivare al punto d’infischiarcene se tante persone, pochi decenni fa, hanno dato l’anima per consentirci non solo di andare a votare ma, addirittura, di poter decidere se farlo o no (magari a seconda dell’umore o del tempo). Approfittarne così però non è giusto. L’astensionismo deliberato, di qualunque matrice si fregi, non è altro che un affronto: non solo nei riguardi dell’istituzione, qualunque essa sia, che ci chiama a decidere del suo futuro, ma anche e soprattutto verso quel primo principio costituzionale secondo cui la sovranità è nostra, ci appartiene e ne siamo gli unici titolari. Il non esercitarla, a mio avviso, equivale a calpestare l’eredità civica di cui siamo stati i privilegiati destinatari. E allora vien da pensare che, forse, tanta libertà non ce la meritavamo davvero.

Comunque, tornando a noi (ogni tanto divago, scusate, ma anche se con proporzioni diverse sto parlando della stessa cosa), le operazioni di voto si svolgeranno presso la sede di via Arpinati 20 A, dalle ore 8.00 alle ore 21.00 di domenica 12 Ottobre 2008. Per votare è necessario essere iscritti ai Volontari del Soccorso, aver compiuto i 15 anni ed essere in regola con il tesseramento 2008. I soci contribuenti dovranno avere l’anzianità di iscrizione di almeno un anno (cioè dovranno essere iscritti almeno dal 2007). Per facilitare e velocizzare i lavori della Commissione Elettorale, gli elettori sono pregati di presentarsi all’urna PORTANDO CON SE’ LA TESSERA 2008. Grazie. 

Ripeto, non è tanto perché si tratta dei Volontari del Soccorso che bisogna andare a votare ma piuttosto perché è un esercizio di democrazia e come tale va onorato e rispettato. E’ un momento importante, unico, nel quale ognuno di noi svolge il proprio insostituibile ruolo di elettore sovrano. Io, sinceramente, ne sono orgoglioso. Vada come vada (chissà, magari da lunedì non sarò più quello che vi scrive ‘ste paternali e qualcuno potrebbe anche sentirsi sollevato…  Be’, in effetti, lo capirei…).

Domenica 26 Ottobre, infine, avrà luogo l’Assemblea Straordinaria per la presentazione degli eletti e la conseguente conclusione delle operazioni elettorali. Dopo di che si ricomincerà a lavorare.           





Giorni di inaugurazioni, di feste, di palio e di nuoto…

23 09 2008

Domenica 28 Settembre 2008 è stata per noi una giornata di inaugurazioni ufficiali. Abbiamo iniziato alle 10.00 circa, quando presso la sede si è dato il via alla cerimonia con il ricevimento delle autorità e delle consorelle, dopodiché ha preso la parola il nostro Presidente Pier Giorgio Brigati che, oltre a salutare e ringraziare gli intervenuti, ha spiegato brevemente il perché della festicciola. In sostanza, più o meno, ha detto così:

Oggi andiamo ad inaugurare ben 6 cose: 5 con le ruote ed una senza. Quella “senza” è “indubbiamente una delle cose più strane che una pubblica assistenza abbia mai inaugurato, non tanto perché è priva di ruote (anche le sedi sociali, le bandiere e gli ambulatori non le hanno) ma piuttosto perché rappresenta concretamente un modo di pensare che da parecchi anni abbiamo fatto nostro e che, nonostante tutto, incontra ancora non poche difficoltà ad affermarsi. La “strana cosa” è l’impianto fotovoltaico ed il modo di pensare è quello di darci una mossa per cambiare il mondo. Noi l’abbiamo fatto. A dir la verità, il nostro impianto funziona già dal 21 Luglio scorso (non sarebbe stato intelligente aspettare il 28 Settembre per accenderlo), da quando cioè trasforma la luce del sole in energia elettrica consentendoci di risparmiare sulla bolletta e di ridurre le emissioni nocive di CO2 nell’atmosfera (vedi post), ma solo oggi verrà presentato ufficialmente alla città. Taglieremo il nastro di una struttura già perfettamente operante ma, sinceramente, la cosa non ci imbarazza più di tanto. Anche perché una buona parte delle altre “cose” che inauguriamo oggi (quelle con le ruote) è da mo’ che funzionano in giro per la città: tuttavia sarebbe stato uno spreco di efficienza non utilizzarle fin da subito (visto che non servono a noi ma alla gente che ha bisogno di noi). Sono i nostri strumenti di lavoro per definizione ed è giusto che lavorino più che possono. Ecco l’elenco dei nuovi gioielli con le rispettive madrine:

Fiat Ducato TD 3.000 cc. Unità mobile di soccorso avanzato
(madrina Sig.ra Laura Zaratin)
 
Volkswagen Transporter Tdi 4X4 2.500 cc. Unità mobile di soccorso
(madrina Sig.ra Mary Blandino)
 
Citroen C4 1.600 cc. Automedica
(madrina Sig.ra Laura Pasquini)
 
Fiat 500 1.300 cc. per il servizio di guardia medica
Donata dal Comitato Festeggiamenti Montepegli 2000
(se volete sapere come hanno fatto a comprarla potete cliccare qui).
(madrina Elisabetta Vetrugno)
 
Motociclo Sym Symply 125 per il trasporto medicinali – servizio distretto sociale
(inaugurato dal costituendo gruppo scooteristi VdS)

Ha provveduto alla benedizione don Giancarlo Crovetto della diocesi di Chiavari. E’ stata una cerimonia semplice, sobria, breve, durante la quale abbiamo avuto l’occasione di stringere la mano agli amici e di farci conoscere da chi amico ancora non lo era. E poi abbiamo offerto un rinfresco a tutti i partecipanti. Non c’erano i tortelli di Montepegli ma ne è valsa comunque la pena.

Nella nostra mediateca tutte le foto della manifestazione.

Il 27 ed il 28 Settembre, inoltre, si è svolta la tradizionale festa del sestiere di San Michele di Pagana alla quale eravamo presenti, come sempre, per il consueto servizio di assistenza. Tra gli eventi previsti dalla ricorrenza ne citiamo due in particolare che, anche se non direttamente, ci hanno coinvolti in maniera simpatica e divertente. Il primo è la gara di nuoto non competitiva “Le tre prie“, svoltasi sabato 27 nelle acque antistanti la baia di San Michele, sulle distanze di 800 e 1.600 metri, le cui immagini sono visibili nella nostra efficientissima mediateca. Tra i temerari partecipanti che hanno affrontato gli indomiti marosi autunnali, annoveriamo con orgoglio il nostro leggendario e inossidabile Aldo (Fernandel), immortalato nella foto a perenne testimonianza del suo cipiglioso ardire; 

il secondo avvenimento da segnalare è il “Super Palio Remiero Regione Liguria” che si è tenuto sempre a San Michele Domenica 28, ed al quale abbiamo partecipato (seppur fuori concorso) con un gozzo (cliccate qui  per vedere alcune immagini – autore l’indefesso Pugno Cristiano).

Scarica il programma dell’inaugurazione (pdf).





“L’essenziale è invisibile agli occhi”… ma è giusto?

18 09 2008

Non so voi, ma a me questo video fa riflettere. E parecchio. Lo hanno realizzato gli amici della Croce Verde APM di Milano, che ringrazio calorosamente per avermi consentito di pubblicarlo qui. Bisogna dire che è un lavoro molto ben fatto. Non sono un esperto nel settore ma credo proprio che il livello e la qualità siano piuttosto alti. Complimenti sinceri, cordiali saluti e buon proseguimento ai volontari della Croce Verde di Milano (se volete potete raggiungerli cliccando sul loro nome).

Tornando a noi, dicevo che questo filmato mi ha aperto un po’ gli occhi. Anzi, forse più che aprirli mi ha spronato ad orientarli nella direzione giusta, in una prospettiva più corretta. Ora cerco di spiegare perché.

Noi siamo una pubblica assistenza, e fin qui lo sappiamo tutti, nata per recare soccorso nelle pubbliche calamità, provvedere al trasporto degli infermi e compiere tutte lo opere atte a sollevare il sofferente. Almeno questo è quanto ci dice lo Statuto. I nostri 40 di esistenza, nonostante l’enfasi che attribuiamo all’anniversario, ci dicono anche che siamo una società molto giovane, nata per partenogenesi da un’altra associazione, oggi ultracentenaria, che aveva, ed ha, i medesimi ideali, scopi e finalità. Poi nel corso del tempo le cose cambiano, i percorsi individuali si evolvono assumendo direzioni impreviste e spesso inimmaginabili solo qualche giorno prima. In ogni momento siamo di fronte ad un bivio, e ad ogni bivio c’è una storia che inizia. E la nostra storia, per chi non lo sapesse (e non avesse la pazienza di leggerla), dimostra come tutto ciò sia accaduto nel giro di soli quattro decenni. Da un gruppo di poche persone, una piccola casetta e un’ambulanza, siamo diventati quasi 4.000, con un autoparco di 18 veicoli, una sede su due piani e un ufficio segreteria distaccato e attrezzato di tutto punto. Un percorso straordinario, nulla da eccepire, che solo pochi anni fa nessuno avrebbe creduto possibile. Ma la vera svolta, il cambiamento di rotta, secondo me non è stato il raggiungimento dell’attuale condizione che, in fin dei conti, costituisce una brillante ma coerente evoluzione delle nostre origini; il bivio della nostra vita che ci ha cambiato la personalità è stato affrontato nel momento in cui abbiamo deciso di fare “cose diverse dal solito”. Già negli anni ‘70 i Volontari del Soccorso si vedevano impegnati su fronti alternativi all’attività meramente assistenziale, come la squadra di calcio, le feste del volontariato, i carri di carnevale, i presepi artistici ma, se non sbaglio, fu solo nel 1984 che nacque ufficialmente il primo gruppetto di volontari che non si occupava di trasportare ammalati e feriti: erano i VAB, i Volontari Antincendio Boschivo, forse qualcuno se li ricorda (ne facevo parte pure io). Ebbene, nella sua semplicità e con la sua umiltà, quell’iniziativa fu, senza saperlo, l’embrione di un modo diverso di concepire i Volontari del Soccorso. Un modo nuovo, che non toglieva e non toglie nulla alla matrice statutaria ma che, se mai, vi aggiunge qualcosa. E proprio il fare “qualcosa in più” di quanto prevede lo Statuto è diventata, da quel momento, la caratteristica peculiare della nostra associazione. La diversificazione degli ambiti e degli obiettivi ha dato modo a persone diverse (per interessi, cultura, passioni, convinzioni) di esprimere al meglio potenzialità che altrimenti, col semplice servizio in ambulanza, correvano il rischio di venire limitate se non soffocate del tutto. E fu così che ai VAB subentrò la Protezione Civile, poi arrivarono i Servizi Sociali, con i pasti agli anziani e il trasporto disabili, i concorsi nelle scuole, l’ambulatorio sanitario, il noleggio dei presidi sanitari, il Soccorso Alpino, le manifestazioni per la raccolta fondi da destinare ad enti benefici, le mostre fotografiche, gli obiettori di coscienza, il telesoccorso, il servizio civile, i corsi di pronto soccorso, le visite delle scolaresche, l’adozione a distanza, le iniziative internazionali, i tornei di calcetto, le gare di sci, il palio remiero, il libro della nostra storia, i calendari, il sito web, l’impianto fotovoltaico, ecc. ecc.

Scusate l’elenco, lungo, noioso e sicuramente carente, ma era l’unico modo per darvi un’idea di quante cose abbiamo fatto e stiamo facendo contemporaneamente. Sono così tante che nemmeno io, così sue due piedi, riesco a citarle tutte. Eppure esistono, sono vive, vere e vanno avanti quasi da sole. Come sia possibile ancora non l’ho capito. Dev’essere magia.

Comunque, tornando all’inizio, il video della Croce Verde di Milano mi ha ridestato un po’ dall’incantesimo. Tutte le nostre attività collaterali sono bellissime, per carità, assolutamente encomiabili e non dovrebbero mai fermarsi, tuttavia, ripeto, quando le osserviamo per guardarci, quando le dipingiamo per mostrarci, quando ne parliamo per raccontarci, forse siamo orientati in una direzione che non è propriamente quella giusta. Facciamoci caso: l’attenzione oggi è talmente concentrata sulle attività accessorie (lo si può capire semplicemente scorrendo il blog) che stiamo perdendo di vista la nostra vera identità: quella di soccorritori con le ambulanze, di militi ed autisti, di volontari del soccorso “tout court”.

Voglio dire, i servizi in ambulanza non sono certo diminuiti col tempo, anzi sono aumentati a dismisura; la qualità del servizio e la professionalità che le convenzioni ASL pretendono (credo sia il verbo giusto) dai volontari sono giunte a livelli tali che il lavoro grosso non è più quello di andare con l’ambulanza a prendere qualcuno ma, in verità, prepararsi per poterlo fare come si deve; la specificità di certe mansioni, come l’auto medica o la guardia medica, richiedono una dedizione, una passione ed una pazienza che solo dei santi saprebbero conservare per lungo tempo; i servizi serali e soprattutto quelli notturni, quando i dipendenti non ci sono, restano tutti in mano a squadre di volontari che arrivano in sede ad una certa ora, indossano una divisa rossa, si siedono lì ed aspettano che qualcuno gli dica dove andare; lo stesso accade nei giorni festivi, nelle domeniche, per le assistenze sportive, per le manifestazioni, ecc, ecc. Insomma, tutte cose non certo da poco, che succedono ogni giorno da quarant’anni, 365 giorni all’anno, ventiquattrore su ventiquattro, senza preavviso, senza un inizio e senza una fine certi, eppure a quanto pare nessuno si meraviglia che riusciamo a farle così bene, non se ne parla mai, stanno sullo sfondo di noi stessi come fossero un vecchio quadro a cui non si bada più. Chissà perché.

Il concetto è che, dal mio punto di vista, siamo talmente presi dalle ciliegine (per quanto nobili siano) che rischiamo di dimenticarci la torta. E non è giusto.

Tutto ciò che facciamo in giro per la città e per il mondo, e di cui andiamo giustamente orgogliosi, non potrebbe esistere senza l’ultimo (in senso cronologico) di quei volontari con i pantaloni rossi che ogni sera si siede lì ed aspetta. E’ grazie a lui o lei che i Volontari del Soccorso esistono, stanno in piedi e possono fare grandi cose. Ma se lui o lei se ne andasse, o se nessuno più arrivasse ad affiancarlo e a sostituirlo, c’è da giurarci che l’intero edificio solidale crollerebbe nel giro di pochi minuti. Portandosi dietro le adozioni a distanza, il palio remiero, i calendari, il sito web e tutte quelle belle cose lì. Me compreso.

E’ per queste ragioni che il filmato lassù, oltre a lanciare un messaggio forte e preciso che faccio nostro, dovrebbe esortarci a non dimenticare mai di pensare e dire grazie ai nostri volontari puri, quelli che arrivano in sede, fanno ciò che possono, anche fosse un servizio a settimana, e poi se ne vanno; quelli che forse neppure sanno che la loro P.A. sta facendo grandi cose in giro per il mondo; quelli per i quali il servizio del mattino, la squadra serale o quella notturna, sono un impegno prima di tutto con loro stessi.

Sì, questo video lo dedico ai nostri militi perché ne sono i veri protagonisti, dal momento che esso, in maniera impeccabile, ci mostra cosa succederebbe se un giorno sparissero. E lo faccio con l’impegno di non considerare più la loro presenza come un fatto scontato, un’ovvietà, una normalità di cui si può fare a meno di parlare.  Perché loro non si meritano l’indifferenza e noi, francamente, non ce la possiamo più permettere.

L’essenziale è invisibile agli occhi – diceva la volpe al piccolo principe – non si vede che col cuore. Ma noi forse, un’occhiatina in più al nostro essenziale, di tanto in tanto, dovremmo proprio darcela.

 





E’ Palio!

12 09 2008

Sembrava lontanissimo quando ne cominciammo a parlare sul blog, il 27 Maggio scorso, ma adesso eccolo qua che bussa alla porta: Il V Palio remiero delle forze di emergenza in campo, dopo aver ricevuto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, è arrivato. Domenica 27 Luglio, a partire dalle 14.00, una trentina di equipaggi, tra maschili e femminili, si contenderanno il trofeo del vincitore in un’atmosfera di spettacolo, di suoni e di colori che Santa Margherita Ligure non dimenticherà tanto facilmente. Tutte le informazioni sono reperibili sulla pagina apposita del nostro sito, raggiungibile cliccando qui, costantemente aggiornata in tempo reale sulle modifiche e gli imprevisti dell’ultimo secondo.

Ora la parola spetta a voi. Ai partecipanti, ai simpatizzanti, agli amici ed agli instancabili organizzatori, alcuni dei quali non chiudono occhio da mesi per il buon andamento della manifestazione e che, ne siamo certi, fino alla sera del 27 terranno le dita incrociate perché tutto si volga per il meglio. Questo è da oggi il post ufficiale per chiunque vorrà dire qualcosa. Prima, durante e dopo la gara. Anche solo un semplice saluto andrà bene, diventerà il modo più cordiale per ribadire “io c’ero“, e testimoniare la propria gratitudine a tutti quelli che hanno lavorato, e continuano a lavorare, dietro le quinte di una splendida domenica di Luglio.

Quindi: vento in poppa ed in bocca al lupo di mare.

Grazie a tutti.

Tutte le foto sono liberamente scaricabili dalla nostra mediateca (con l’unica richiesta, in caso di pubblicazione, di citarne la fonte), grazie ai nostri fotografi “ufficiali” Cristiano Pugno e Nicoletta Rivolini. Chi volesse può contattare direttamente i fotografi all’indirizzo beppeiaf@yahoo.it

Nella pagina relativa al Palio , infine, trovate le classifiche ufficiale e i bigletti vincenti della lotteria.

 








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