Noi siamo il vostro 5X1000 (codice fiscale: 83008120103)

20 04 2007

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Facciamo due conti. Rapallo ha circa 30 mila residenti, cioè trenta mila persone che, più o meno stabilmente, la popolano in modo continuativo. I volontari del soccorso che svolgono la loro opera in maniera effettiva sono circa 150. Centocinquanta militi che, in un modo o nell’altro, lavorano costantemente e gratuitamente per i cittadini. Ebbene, che ci crediate o no, 150 è il cinque per mille di 30.000. In pratica, a Rapallo, ogni mille abitanti ci sono cinque volontari del soccorso (parliamo di militi effettivi, i soci semplici sarebbero molti di più), cioè noi siamo il cinque per mille di Rapallo: il vostro “cinque per mille”. E allora? – potreste dire – che ci sarebbe di così strano in questo ridondante giro di parole? Nulla di particolarmente insolito, è vero, ma caso vuole che CINQUE PER MILLE sia anche la quota dell’IRPEF che si può devolvere ad una ONLUS quando si compila la dichiarazione dei redditi. Vedete che, in questo caso, la coincidenza diventa oltremodo simpatica. La destinazione del 5×1000 è un’iniziativa che risale alla legge finanziaria 2006 e che è stata mantenuta da quella del 2007. Consente al contribuente, senza nessun onere aggiuntivo a suo carico, di devolvere il 5×1000 della propria imposta sul reddito ad una Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale (ONLUS), come i Volontari del Soccorso, ed è cosa ben diversa dal già sperimentato 8×1000 destinabile a stato, chiese, confessioni religiose, ecc., la cui partecipazione resta comunque invariata. In questo modo è possibile darci una mano non facendo altro che indicare il nostro codice fiscale 83008120103 sulla scheda di destinazione del cinque per mille allegata ad ogni modello 730 o Unico. I lavoratori dipendenti o i pensionati che non presentano la dichiarazione dei redditi possono consegnare la scheda (compilata come si è detto sopra) in busta chiusa ad un ufficio postale, ad uno sportello bancario (che la ricevono gratuitamente) o ad un intermediario abilitato alla trasmissione telematica (CAF, commercialisti, ecc.). Le schede sono rilasciate gratuitamente dal “sostituto d’imposta” (il datore di lavoro o l’ente erogatore della pensione), al quale è sufficiente chiedergliele. Le si apre, vi si mette la propria firma, il nostro codice fiscale (83008120103) e voilà il gioco è fatto. Roba di due minuti, non di più. Noi, per questi due minuti, vi ringraziamo fin da adesso e per un periodo molto più lungo. Ve lo meritate.

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Quando il frutto è più grande dell’albero

6 04 2007

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Ci sono delle leggi di natura che appaiono inconfutabili per antonomasia, al punto di essere diventate dei veri e propri modi di dire. Del tipo: pesce grosso mangia pesce piccolo; da un albero di pere non nasceranno mai delle mele; nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si trasforma e, durante la trasformazione, qualcosa si perde sempre, ecc, ecc. Vabbè, queste considerazioni strampalate servono solo per rendere plausibile la reazione dei più quando, a sentirsi dire che esistono alberi capaci di generare frutti molto, ma molto più grandi di loro, grideranno senz’altro all’eresia scientifica: “Non è possibile che una pianta produca qualcosa immensamente più grande di lei!”. E invece sì. E succede proprio qui, nelle nostre città, una volta all’anno, durante il periodo pasquale. Succede perché arrivano i bonsai dell’Anlaids. Ogni anno noi li distribuiamo nelle piazze in cambio di un’offerta che, credetemi, darà frutti di un valore incommensurabilmente più grande dell’alberello da cui provengono.

Quelli dell’Anlaids sono dei ragazzi un tantino speciali pure loro (un po’ come quelli dell’A.B.E.O., ricordate?). La loro associazione si occupa di tutto ciò che riguarda, e che contorna, la Sindrome di ImmunoDeficienza Acquisita (l’AIDS, per chi ha la fortuna di non saperne nulla). Loro pensano a finanziare la ricerca; a sostenere, materialmente e psicologicamente, chi è affetto dalla malattia (soprattutto nella fase iniziale che può essere demolente  se affrontata nei modi sbagliati); ad informare e diffondere la cultura della prevenzione nelle scuole e nei luoghi di aggregazione giovanile; a formare i volontari e gli operatori socio sanitari per trattare l’argomento con la  delicatezza e la competenza che richiede; a trovare case-alloggio per le persone malate e molto altro ancora. L’Associazione Nazionale per la Lotta all’A.I.D.S è, e fa, tutto ciò. Noi, per loro, oltre che ammirarne l’efficienza, distribuiamo i Bonsai “contro natura”, quelli dai cui frutti scaturisce tutto questo. E’ impensabile che da un alberello così piccolo possano uscire frutti così grandi, nevvero? E allora sentite questa: ciò che la scienza non può spiegare si chiama “miracolo”, e i miracoli non esistono semplicemente perché nessuno ci crede. Vogliamo cominciare a crederci un po’ e vedere che succede? Vi aspettiamo sul lungomare di Rapallo Venerdì, Sabato e Domenica di Pasqua (e forse anche Lunedì). Oppure in sede, da noi, quando vi viene più comodo. Se, invece, volete andare a conoscere meglio i “ragazzi” dell’Anlaids, cliccate pure qui sotto. E buona Pasqua a tutti. 

http://www.anlaids.it/page/standard/site.php





C’è posta per noi

5 04 2007

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Ho ricevuto una lettera. Me l’ha inviata una persona molto vicina ai volontari e con i quali ha condiviso, per un bel pezzo, tempo, sogni, entusiasmi e delusioni. E’ una ragazza semplice, genuina, un po’ testarda (questo sì) ma sensibile ed energica e le sue parole, davvero, non potrebbero testimoniarlo con migliore naturalezza. A tal punto che, dopo aver chiesto il suo consenso, ho deciso di farvele leggere. Credo che possano essere utili per capire come il cromosoma del volontariato possa insediarsi nel dna degli individui fino a diventare parte integrante della loro personalità. Forse quello che facciamo per gli altri è solo la punta dell’iceberg di quello il volontariato fa dentro di noi; forse è il concetto stesso di volontariato che s’impossessa della nostra coscienza e, lentamente ma inesorabilmente, ci rende dipendenti da quell’inspiegabile voglia di fare; forse, insomma, ha proprio ragione K (è una lettera a caso, ho preferito rispettarne l’anonimato) quando mi dice: “…quando scendevo dal mezzo [dall’ambulanza] mi sentivo rinata, una persona pulita nell’anima, nel corpo e nella mente…”. Ecco, nemmeno io so come si chiami questa specie di “malattia”, ma trovo che la lettera di K ne descriva in maniera sublime i sintomi.

Ve la dedico, e me la dedico, insieme ad un grazie speciale per lei. E ad un pensierino: le incomprensioni con il mondo che ci circonda fanno parte della vita di tutti i giorni, e questo vale per ognuno di noi. Andare d’accordo con tutti, sempre e comunque, significa dover rinunciare a qualcosa di nostro per barattarlo con qualcosa di qualcun altro. A volte è facile, altre un po’ meno, altre ancora impossibile. Ma, in ogni caso, il diritto alla convivenza DEVE essere sempre garantito, in nome di un rispetto reciproco che è sinonimo di maturità e di dignità umana. Ed è proprio per questo, cara K, che la nostra porta non è, e non sarà mai, chiusa. A presto.

Ciao Lu, oggi sono entrata nel sito dei volontari e mi sono imbattuta nel  blog. Devo ammettere che è splendido, complimenti per l’idea e l’originalità degli argomenti trattati, come per il furto di un autoradio poi miracolosamente rinvenuto… dovresti spronare di più i militi a partecipare all’iniziativa, mi sembra che a rispondere siano sempre i soliti. Avrei voluto scrivere e darvi le mie idee ma, visto che è un po’ che non so più nulla di quello che succede dentro la sede, non mi sono permessa di scrivere nulla anche se, sinceramente, avrei voluto urlare tutto il mio dolore e le mie perplessità per quel poco che sono riuscita a vedere con occhi diversi da quando non mi considero più una militessa… e ti garantisco che riesci ad essere molto più obbiettivo e sincero sulle vicende e sulle ingiustizie che reputo siano all’ordine del giorno… comunque devo ammettere che mi mancano un sacco di cose, la guardia medica di notte, i barellati che nessuno voleva fare, le mitiche urgenze… mi manca da schifo quella bella sensazione che mi riempiva il cuore quando salivo in ambulanza… devo dire la verità, sono andata in servizio per ben tre volte e quando scendevo dal mezzo mi sentivo rinata, una persona pulita nell’anima, nel corpo e nella mente… vorrei riprovare per altre mille volte questa sensazione ma la paura ha la prevalenza, ho paura di non riuscire più in tutto quello che una volta mi veniva spontaneo, paura di essere criticata, derisa e presa in giro… avrei voglia di partecipare alle iniziative, come la protezione civile, i bonsai, i calendari, la moda, i bambini e tutto quello che va oltre il salire in ambulanza… in poche parole VORREI VIVERE PER LA SECONDA VOLTA… mi sembra così assurdo scrivere queste cose a te e ti chiedo scusa per questo mio sfogo, ma avevo voglia di parlare con qualcuno… un saluto, K.

 





Quei “matti” dell’A.B.E.O.

1 04 2007

C’è una strana associazione in Liguria – a dire il vero esiste più o meno in tutta Italia, ma quella ligure è la sezione con la quale abbiamo avuto a che fare direttamente – c’è una strana associazione, dicevo, che si chiama A.B.E.O. (Associazione Bambino Emopatico ed Oncologico). Sono un gruppo di persone animate da una di quelle idee fisse che rendono un po’ strano chi le possiede. Quelle fisime ostinate che sono capaci di monopolizzare l’intera giornata (o l’intera vita) se non vengono ascoltate e, senza indugi retorici, subito trasformate in realtà. Fin qui nulla d’anomalo, più o meno ognuno di noi – che lo palesi o meno – ne possiede una. C’è chi colleziona francobolli, per fare un esempio, oppure chi la domenica mattina si arrampica sulla collina più alta e si butta di sotto col parapendio. C’è chi va a funghi, chi a caccia di coralli nel mar dei carabi e chi deve conoscere tutto su quel calciatore o su quel cantante. Ebbene, ‘sti strani tipi dell’Abeo, invece, si sono ritrovati sotto l’ombrello di una fissazione ancor più strana: assistere ed aiutare i bimbi affetti da patologie oncoematolologiche (per chi ha la fortuna di non conoscere questa parola, stiamo parlando di tumore, purtroppo) e le loro famiglie. E lo fanno con un entusiasmo e una dedizione che a non vederli non ci si crederebbe. Praticamente vivono al Gaslini. Trascorrono la maggior parte del tempo fianco a fianco con i piccoli protagonisti dei loro sogni e lì, nel reame che si sono creati, inventano e diventano fiabe reali (ma reali veramente). Per dirne una, ho visto la rappresentazione teatrale organizzata nell’ospedale per festeggiare il natale (che, comunque la si pensi, è una festa che sarebbe meglio trascorrere in luoghi diversi) e, vi giuro, gli occhi di quei piccoli bimbi sprizzavano una gioia a dir poco incontenibile. Sembrava (ed era proprio così) che non gli importasse più nulla di come e perché si trovassero lì, perché quello, in quel momento, era diventato per loro il luogo più bello del mondo. Ho la pelle d’oca ancora adesso a ricordarlo. Sono convinto che se avessero potuto scegliere dove andare, loro, i bimbi, avrebbero deciso di rimanere lì dove stavano: all’ospedale! E questo, scusatemi, è un risultato talmente straordinario che solo un gruppo di matti può riuscire ad ottenere. Per non parlare dei genitori. Quei folli dell’Abeo si occupano anche di loro, e in mille modi diversi. Non contenti di far ridere a crepapelle i bimbi, non paghi di coinvolgere in mascherate goliardiche (e terapeutiche) medici, infermieri e genitori, ti distrai un attimo e cosa vedi? ‘Sti strambi che si sbattono per trovare una casa alle famiglie dei bambini che vengono da lontano. Una casa vicino all’ospedale, naturalmente. Non appartamenti da lasciarci lo stipendio – quello sarebbero capaci tutti e non ci sarebbe gusto – ma sistemazioni semplici e più che dignitose, e a prezzi praticamente irrisori se non addirittura simbolici. E il bello è che ci riescono davvero! Non è, secondo voi, la dimostrazione inconfutabile che sono veramente matti? E poi una miriade di altre cose, talmente grandi e importanti che parlarne qui, in poche righe, equivarrebbe operare una riduzione che non si meritano. Però ancora una, una soltanto, ve la voglio dire: se qualcuno, di recente, ha visto dei confusionari in giro per le città, stracarichi di fruscianti uova di pasqua tutte rosse, come i sorrisi sulle loro labbra, non si preoccupi: sono loro. Lo fanno per raccogliere fondi. Perché matti sì, ma hanno capito che, per trasformare i sogni in realtà, un cuore grande così da solo non basta. Ci vogliono anche quelli degli altri.

Credo che andare a trovarli, ora, sia diventato una sorta di obbligo morale. Che dite? 

www.abeoliguria.it





Sri Lanka in ginocchio: tra tsunami e guerre

1 04 2007

srilanka_c1.gifVenerdì 30 Marzo sul quotidiano cattolico Avvenire un esauriente dossier sullo Sri Lanka e, in particolare, sul distretto di Jaffna dove vivono i bambini adottati dalla nostra Pubblica Assistenza. La situazione, purtoppo, è sempre piu’ drammatica anche perchè passa nell’indifferenza delle cosiddette guerre dimenticate.

Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per poter inviare un contributo piu sostanzioso perchè gli approvigionamenti in quella che è considerata l’enclave di una delle parti belligeranti è sempre piu difficile e, quindi, costosa.

Comunque, se volete, leggete qui e fatevi un’idea:

Andrea e Marino