Quei “matti” dell’A.B.E.O.

1 04 2007

C’è una strana associazione in Liguria – a dire il vero esiste più o meno in tutta Italia, ma quella ligure è la sezione con la quale abbiamo avuto a che fare direttamente – c’è una strana associazione, dicevo, che si chiama A.B.E.O. (Associazione Bambino Emopatico ed Oncologico). Sono un gruppo di persone animate da una di quelle idee fisse che rendono un po’ strano chi le possiede. Quelle fisime ostinate che sono capaci di monopolizzare l’intera giornata (o l’intera vita) se non vengono ascoltate e, senza indugi retorici, subito trasformate in realtà. Fin qui nulla d’anomalo, più o meno ognuno di noi – che lo palesi o meno – ne possiede una. C’è chi colleziona francobolli, per fare un esempio, oppure chi la domenica mattina si arrampica sulla collina più alta e si butta di sotto col parapendio. C’è chi va a funghi, chi a caccia di coralli nel mar dei carabi e chi deve conoscere tutto su quel calciatore o su quel cantante. Ebbene, ‘sti strani tipi dell’Abeo, invece, si sono ritrovati sotto l’ombrello di una fissazione ancor più strana: assistere ed aiutare i bimbi affetti da patologie oncoematolologiche (per chi ha la fortuna di non conoscere questa parola, stiamo parlando di tumore, purtroppo) e le loro famiglie. E lo fanno con un entusiasmo e una dedizione che a non vederli non ci si crederebbe. Praticamente vivono al Gaslini. Trascorrono la maggior parte del tempo fianco a fianco con i piccoli protagonisti dei loro sogni e lì, nel reame che si sono creati, inventano e diventano fiabe reali (ma reali veramente). Per dirne una, ho visto la rappresentazione teatrale organizzata nell’ospedale per festeggiare il natale (che, comunque la si pensi, è una festa che sarebbe meglio trascorrere in luoghi diversi) e, vi giuro, gli occhi di quei piccoli bimbi sprizzavano una gioia a dir poco incontenibile. Sembrava (ed era proprio così) che non gli importasse più nulla di come e perché si trovassero lì, perché quello, in quel momento, era diventato per loro il luogo più bello del mondo. Ho la pelle d’oca ancora adesso a ricordarlo. Sono convinto che se avessero potuto scegliere dove andare, loro, i bimbi, avrebbero deciso di rimanere lì dove stavano: all’ospedale! E questo, scusatemi, è un risultato talmente straordinario che solo un gruppo di matti può riuscire ad ottenere. Per non parlare dei genitori. Quei folli dell’Abeo si occupano anche di loro, e in mille modi diversi. Non contenti di far ridere a crepapelle i bimbi, non paghi di coinvolgere in mascherate goliardiche (e terapeutiche) medici, infermieri e genitori, ti distrai un attimo e cosa vedi? ‘Sti strambi che si sbattono per trovare una casa alle famiglie dei bambini che vengono da lontano. Una casa vicino all’ospedale, naturalmente. Non appartamenti da lasciarci lo stipendio – quello sarebbero capaci tutti e non ci sarebbe gusto – ma sistemazioni semplici e più che dignitose, e a prezzi praticamente irrisori se non addirittura simbolici. E il bello è che ci riescono davvero! Non è, secondo voi, la dimostrazione inconfutabile che sono veramente matti? E poi una miriade di altre cose, talmente grandi e importanti che parlarne qui, in poche righe, equivarrebbe operare una riduzione che non si meritano. Però ancora una, una soltanto, ve la voglio dire: se qualcuno, di recente, ha visto dei confusionari in giro per le città, stracarichi di fruscianti uova di pasqua tutte rosse, come i sorrisi sulle loro labbra, non si preoccupi: sono loro. Lo fanno per raccogliere fondi. Perché matti sì, ma hanno capito che, per trasformare i sogni in realtà, un cuore grande così da solo non basta. Ci vogliono anche quelli degli altri.

Credo che andare a trovarli, ora, sia diventato una sorta di obbligo morale. Che dite? 

www.abeoliguria.it

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3 responses

7 04 2007
SABRINA

Vorrei ringraziare Luca per aver descritto in modo così particolare i volontari A.B.E.O. perchè credo più che mai possa rappresentare al meglio quello che si cerca di fare e soprattutto di dare.
In questo modo si è focalizzato uno di quei punti critici che sembrerà strano ma costituisce il problema principale di chi deve affrontare questo tipo di problema: la normalità.
Nulla è normale: si è lontani da casa, si è lontani dagli affetti a volte anche dai credi e si vive con il timore che a chi hai donato la vita debba abbondonarla prima di te. E questo non è cosi naturale da accettare.
Ci proviamo! Si ci proviamo! a rendere questi periodi di degenza, spesso lunghi, un pò meno faticosi, un pò meno abbandonati alla solitudine e un pò più normali.
E per questo non basta essere normali, ci vuole qualcosa di più qualcosa che ci permetta di superare e non incamerare le sofferenze altrui ma essere sempre pronti ad allentare quelle tensioni che inevitabilmente si creano. Vi garantisco il sorriso di quei bambini appaga ogni sacrificio, l’abbraccio di una madre riempe le giornate e costituisce la vera forza e il vero motivo per cui si riesce a continuare a credere che sia giusto e doveroso farlo.
Peccato che siamo solo un pò matti… potessimo essere anche un pò maghi ….
Ma ora ritengo doveroso ringraziare Voi, innanzi tutto di essere Volontari, proprio con la V maiuscola, perchè anche grazie al vostro contributo e all’attenzione rivolta ci permettete di continuare a sognare e far sognare realizzando.
Auguro a tutti voi (molti ho il piacere di averli conosciuto personalmente) Buona Pasqua con un uovo che ha un gusto un pò speciale: quello della solidarietà.
Sapore che voi conoscete molto bene: dolce come l’amore per la vita.
un abbraccio virtuale
sabrina

17 04 2007
Caterina

Caro Luca,
sono Caterina, una Volontaria ABEO, una di quelle che tu hai definito MATTAAAA!!!!
Ho letto il tuo articolo e…il mio commento è stato: “Questo non me lo aveva ancora detto nessuno…!” si , perchè vedi, noi dell’Abeo è più facile che a volte ci trovino insensibili e ci chiedono: MA COME FAI?
Eh, come faccio? E allora ti devo ringraziare, tu in qualche modo ci hai dato un nome, noi (e mi sa che ci sei pure tu), malati di altruismo e di voglia di fare del bene, di unirci sotto il nome di un’associazione codividendone gli scopi e gli ideali, convinti pù mai che è l’unione che fa la forza! Come hai detto tu, ognuno ha la propria fissazione e chi sceglie di fare il volontariato ha quella della SOLIDARIETA’. Sarà mica contagiosa???? Spero proprio di si!
Caterina.

20 04 2007
Luca

Se la solidarietà fosse contagiosa, cara Caterina, ma se lo fosse veramente, i “matti” sarebbero gli altri, quelli che si sono vaccinati per non prenderla. Purtroppo, basta guardarsi un po’ intorno per disilludersi. Il tornaconto (quello personale, dico) è l’unico obbiettivo della maggior parte delle persone che fanno qualcosa, qualunque cosa, e senza di esso non si muove foglia.
E, siccome la normalità è data dalla maggioranza, la minoranza si deve accontentare dell’anormalità. E i “matti” non sono forse gli anormali per antonomasia?
Però – ma questo è un segreto tra me e te – sono anche quelli che sanno volare con un soffio di speranza. E riscaldarsi il cuore con un raggio di sole. E illuminare i sogni con un sorriso. E tante, tante altre cose impossibili.
Ma non dirlo a nessuno, per carità.
Grazie per essere passata.

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