Caro 118…

22 11 2008

Caro 118, scusa se ti do del tu e, soprattutto, scusa se ti parlo come fossi un’individualità, una persona singola cui rivolgere questa lunga lettera. E’ sbagliato lo so ma, credimi, ciò semplifica non poco le cose. Per compensarti, se vuoi, ti restituisco lo stesso privilegio, consentendoti di individuare in me il tuo interlocutore di riferimento, anche se in realtà è costituito, proprio come te, da una miriade di persone diverse, molte delle quali assolutamente splendide e infinitamente cordiali. Ma non posso qui operare distinzioni di sorta, insomma, è già difficile parlarti così… Diciamo che, per rendere le cose più facili, fingiamo di essere in due: tu da una parte e io dall’altra; tu che ascolti e io che parlo; tu il “118”, io il volontariato, entrambi nelle loro valenze più astratte e impersonali, ok? Dunque, ricominciamo.

Caro 118, ti scrivo perché stanno diventando davvero troppe le cose che devo dirti e davvero troppo poche le occasioni che ho per farlo. Il dialogo tra noi è col tempo diventato sempre più freddo, rigido e tecnico, limitato a una serie di termini preconfezionati attraverso i quali viene gestita tutta la filiera del soccorso sanitario, dalla chiamata d’emergenza alla stabilizzazione del paziente. Praticamente un colloquio di lavoro. Ebbene, 118, noi stiamo esattamente nel mezzo, tra la telefonata e il ricovero. Sì, lo so che ci sei anche tu lì, non lo dimentico di certo, ma il fatto è che noi ci stiamo da ben quarant’anni. Da quando, cioè, la tua presenza non era neppure immaginabile.

Siamo nati e viviamo, entrambi, in un paese che tra le sue priorità nazionali non ha mai inserito come si deve il servizio di trasporto sanitario, nemmeno quello d’urgenza, e dove la gente ha dovuto imparare ad arrangiarsi da sola. Già andava bene se c’era un ospedale vicino. Per il resto bisognava improvvisare. Pensa, 118, che quando si trasportava un ferito all’ospedale era consuetudine legare al finestrino dell’auto un fazzoletto bianco e suonare il clacson a più non posso. Non riesco neppure a immaginare in che posizioni e con quali modalità venissero trasportati quei malcapitati, cose che a te farebbero trasalire, ma così funzionava l’Italia solo qualche decennio fa e oggi è ancora troppo presto per potercene dimenticare. Poi, a furia di arrangiarsi, qualcuno decise che si poteva fare di più. C’era in gioco la vita delle persone, e un fazzoletto bianco con una tromba suonata all’impazzata rappresentavano, in effetti, qualcosa di migliorabile. Si diffusero così le associazioni di volontariato dedite a questa “nuova” attività, anche se – siamo onesti – oltre alla buona volontà e a qualche nozione generale, quella gente non era molto diversa dagli strombazzatori comuni. Certo, per il trasporto dei feriti potevano adoperare l’ambulanza, con la barella e la sirena, spesso acquistata autofinanziandosi o inventandosi chissà cosa per racimolare il denaro necessario, e sulla lettiga, se non altro, i pazienti stavano più comodi. Però quei volontari non erano medici né infermieri e la loro preparazione era figlia dell’improvvisazione, del buon senso e della voglia di fare: praticamente un’orfana. Il muratore, il falegname, l’impiegato, si vedevano in sede e, magari alla sera, invece che andare a casa o a alla partita, prendevano l’ambulanza e giravano su e giù per la città a raccattar feriti. Facevano del loro meglio, poveracci, ma con tutta la buona volontà neanche si avvicinavano ai tuoi livelli. Anzi, caro 118, se tu li avessi visti in azione, gli avresti vietato anche la più piccola manovra, li avresti considerati degli attentatori alla vita umana, li avresti immediatamente fermati. Già… Ma non li hai visti, ovviamente; non li hai visti per il semplice motivo che tu non c’eri. Loro sì. E questo, che ti piaccia o no, fa una bella differenza. Forse la prima e più grande differenza tra noi due.

Loro non erano preparati per fare ciò che facevano, lo so, ma anche se sbagliavano, credimi, era sempre meglio che se non l’avessero mai fatto, checché ne dicano gli odierni puristi dei protocolli. Una persona poteva morire in ospedale, a volte in ambulanza, altre ancora su una barella, e va bene, ma senza di loro sarebbe morta in mezzo a una strada, sotto un albero o in un gabinetto chiuso a chiave dall’interno. L’esperienza ci ha insegnato che non è tanto la morte a seminare disperazione quanto il modo in cui la si affronta: ineluttabile conseguenza della vita, la prima; estremo diritto alla dignità, il secondo.

E poi un bel giorno arrivasti tu, 118. Certo che ce n’è voluta. Ma dove sei stato? Dov’eri mentre noi cercavamo di metterci una pezza e, ridicoli, impacciati, sgangherati, tiravamo via la gente dai fossi, da dentro le auto schiacciate, dagli ultimi piani senza ascensore e, come potevamo, la portavamo di corsa al pronto soccorso, sperando che il medico di guardia fosse sveglio? (A volte, a notte fonda, aspettavamo decine di minuti prima che qualcuno si degnasse di aprire il portone dell’ospedale). Dov’eri quando avremmo dato l’anima per avere un medico o un infermiere vicino, su quella piccola ambulanza che sfrecciava come una pallina del flipper cittadino, e il paziente non ci rispondeva più, e non sapevamo cosa fare, cosa dire, cosa toccare, quale dio pregare o maledire? Dov’eri quando, per tamponare l’emorragia che pareva una fontana, abbracciavamo quella bambina, estratta da una macchina diventata grande come un frigorifero, sperando di non dover essere noi a dirle che i suoi genitori vi sono rimasti dentro e non ne usciranno mai più? Dov’eri quando il giorno di natale ci telefonavano per un urgenza e gli unici due volontari rimasti non sapevano se uscire, lasciando la sede scoperta, o se rimanere per rispondere alle altre chiamate? E dov’eri quando, dopo aver provato invano a passare il servizio ad un’altra associazione, l’autista partiva da solo (sì “da solo”, hai capito bene) perché tanto sul posto c’era un volontario che avrebbe chiuso il suo negozio e gli avrebbe dato una mano a caricare il malato?

Sì, ne abbiamo fatte tante di castronerie, caro 118; te lo dico con una mano sulla coscienza e con il cuore nell’altra. Abbiamo sbagliato, abbiamo improvvisato, abbiamo abusato, abbiamo peccato di presunzione e di superficialità; ci siamo tuffati in un mondo che non ci apparteneva, che non era il nostro – non lo è mai stato e mai lo sarà – ma nel quale, ahimè, non c’era nessun’altro. A cominciare da te. Ma insomma, cosa stavi facendo mentre noi cercavamo (e qualche volta, malgrado tutto, ci riuscivamo pure) di non lasciar morire la gente per strada? Non si sa. Nessuno lo sa.

Ciò che sappiamo è che sei apparso all’improvviso una decina di anni fa, o giù di lì… E lo hai fatto perché, finalmente, qualcuno ha deciso di inventarti; qualcuno ha trovato il denaro per pagarti, per prepararti, per formarti, per vestirti di tutto punto e mandarti a fare un po’ d’ordine nel gran casino che stavamo combinando. E meno male, dico io, meglio tardi che mai. Sei arrivato perché da soli non ce la facevamo più o, meglio, perché, anche se ce la mettevamo tutta, il nostro tutto non era niente al tuo cospetto. Sei arrivato e con te sono arrivate le regole. Hai cominciato a dirci cosa potevamo fare e come dovevamo farlo. Ci hai insegnato le cose sbagliate e quelle giuste. Ci hai detto di seguirti, di starti vicino, di prendere esempio da te. Sei diventato il nostro precettore, un mentore accademicamente impeccabile, capace di illuminare uno dei settori più delicati e difficili del volontariato. Un maestro che ci rimprovera e mai ci premia, perché quando facciamo giusto è solo il nostro dovere. Vero 118? Il nostro dovere…

Forse non ci hai mai pensato ma, vedi, fare volontariato nel settore sanitario non è stato un nostro vezzo. Non si può considerare un hobby, o una semplice passione, svolgere un’attività complicata come questa quando le circostanze ti mettono di fronte all’evidenza che se non la fai tu non la fa nessuno. E’ una questione di coscienza, non un passatempo. Il soccorso sanitario ha reclutato volontari, nel tempo, per il semplice motivo che non vi erano, e purtroppo non vi sono, alternative. Punto. La storia funziona così e se noi esistiamo, con i nostri difetti e le nostre contraddizioni, è solo per far sì che l’eterna partita della vita contro la morte, almeno nella nostra città, non cessi di essere giocata. Una partita nella quale tu dovresti stare con noi, dalla nostra parte e magari proprio in prima linea, anche se, più di una volta, ci hai dato l’impressione di voler fare solo l’arbitro… Non so, scusami se sbaglio.

Comunque, se tieni presente tutto ciò, caro 118, potrai comprendere come il tuo deflagrante arrivo abbia cambiato i parametri di una realtà che per noi era l’unica plausibile da ameno trent’anni (ma per altre associazioni esisteva da più di un secolo). Non che tu l’abbia peggiorata, questo no, anzi, però per noi il tuo ingresso sulla scena è stato a dir poco traumatico. Tutte quelle norme, quelle procedure da imparare in fretta, quei corsi da superare altrimenti non saremmo più stati degni di salire sull’ ambulanza – magari proprio l’ambulanza che avevamo comprato con i nostri soldi o con quelli sudati centesimo dopo centesimo – tutta la tua autorità alla fine ci ha travolti e stravolti. E qualcuno non ce l’ha fatta e se ne è andato. Qualcun altro è rimasto, per fortuna, ma non ha certo avuto vita facile. La formazione è diventata uno step essenziale del nostro fare volontariato, e te ne saremo sempre grati, ma nonostante questo sarebbe ora che ti rassegnassi all’evidenza: noi non siamo e non saremo mai professionisti del soccorso. Ce la mettiamo tutta, è vero, ma facciamo solo quel che possiamo. Non di più.

Non diventeremo mai come te, se è questo che vuoi sentirti dire – ormai dovresti esserci arrivato da solo – ma a volte ci sbatti in faccia la realtà in maniera talmente altezzosa e arrogante che, francamente, ci sfianchi. Le tue critiche sono un atto dovuto, per carità, ma dovrebbero essere anche determinate e circostanziate, costruttive e propositive, autorevoli e mature ma sempre, ripeto sempre, consapevoli. Consapevoli di chi siamo e del mondo che rappresentiamo; consapevoli della nostra origine e del nostro passato; consapevoli del fatto che un volontario lavora col cuore e non ci guadagna niente; consapevoli, infine, di come ti abbiamo sostituito per tutti quegli anni in cui tu stavi nel mondo delle fiabe, aspettando che qualcuno sfregasse la lampada e ti facesse uscire.

Non hai il diritto di umiliarci, come ti ho sentito fare a volte, magari in mezzo alla strada o in casa della gente, solo perché prendiamo il collare sbagliato o non reagiamo pronti alle tue perentorie richieste; non puoi rimproverarci perché l’autista non conosce bene la strada e chiede lumi al milite sulla direzione più conveniente per raggiungere una destinazione; non devi offenderci dicendo che se commettiamo errori corriamo il rischio di farti fare una brutta figura dato che, essendo vestiti allo stesso modo, con gli stessi colori, la gente ci confonde e pensa che noi siamo il 118. Ebbene, caro 118, noi non siamo te, stai tranquillo, non lo saremo mai. Se la gente fa confusione, e potrebbe anche succedere, è più probabile che scambi te per noi e non il contrario. La gente è ancora abituata a pensare che sulle ambulanze ci siano i volontari, il vicino di casa, il meccanico, lo studente del piano di sotto, non un medico e un infermiere pagati per esserci. La città non è ancora preparata a questa bella novità. Diamogli il tempo necessario. Poi, allora sì che potremmo farti fare brutte figure. Ma, chissà, magari quando arriverà il momento, qualcuno deciderà di cambiare i colori delle divise e il tuo onore sarà salvo. Adesso è ancora presto: oggi come oggi noi e il 118 siamo due cose nettamente distinte, storicamente, ideologicamente, culturalmente e professionalmente. Vorrei che questo fosse ben chiaro a tutti (soprattutto ai volontari).

Spero non ti sia offeso, amico 118, spero che tu prenda queste confuse parole come fossero un messaggio trovato in una bottiglia che arriva dall’altra parte del mondo. Una terra diversa dalla tua ma sulla quale gli abitanti cercano di perseguire gli stessi fini, sostituendo la conoscenza tecnica e la dedizione professionale (e lo stipendio) con l’esperienza e il buon senso (e la voglia di fare qualcosa per gli altri). Tu non devi invaderla, quella terra, non devi conquistarla e decimarne la popolazione, non devi importi a tutti i costi, lo sai, perché non otterresti nulla in cambio. Il tuo compito, se mai, è quello di educarla con costanza e determinazione, di preservarla e migliorarla affinché tutta quella buona volontà non vada sprecata. E dovresti farlo con la delicata pazienza che scaturisce da un’unica presa di coscienza: quella gente, i volontari, è ancora essenziale non solo a te ma a tutta la collettività che ti ha voluto e per la quale tu stesso stai lavorando.

Da soli non si va più da nessuna parte, caro 118, né tu, né noi. O meglio, pensiamoci un attimo: noi senza di te siamo sopravvissuti 30 anni, pur con mille difetti; tu senza di noi saresti solo una delle tante cattedrali nel deserto di questo strano, illogico e sconclusionato belpaese. La cosa dovrebbe farci riflettere un po’ tutti. Non pensi?

Cordialmente e senza rancore.

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18 responses

24 11 2008
Cristiano

Belle parole Luca!
Lette tutte di un fiato ma c’è un equivoco di fondo.
Ti rivolgi al 118 come fosse un soggetto unico ma, purtroppo non è così.
Il 118 non è un entità unica, magari lo fosse, ma un insieme di persone che non hanno le stesse idee su quello che va fatto e su come va fatto.
In effetti se si riuscisse a parlare con un unico soggetto si eviterebbero tanti equivoci, ci si metterebbe d’ accordo su cosa fare, come e quando e un po’ tutti riuscirebbero a vivere più sereni.
(non sono cose che mi sto inventando, si chiamano “protocolli” o “linee Guida” o “procedure operative” e servono per mettere le cose nero su bianco in modo che si sappia chi deve fare cosa e quando; sono una garanzia per tutti in quanto scritte e comuni ma, il 118 Tigullio Soccorso in più di 10 anni di attività non è riuscito a scriverle…)
Forse, volendo pensare male ( ma di solito ci si azzecca), la mancanza di norme scritte fa comodo a chi deve dire come vanno fatte le cose, così non sbaglia mai e modifica le regole del gioco secondo la propria convenienza.
Però, il giorno che tutti ci mettessimo intorno ad un tavolo e scrivessimo delle regole da seguire (tutti!) avremmo messo un tassello per la civile convivenza.

24 11 2008
Luca

Certo Cri, l’equivoco di cui parli esiste eccome, l’ho anche formalizzato nella prima parte, ma direi che è una cosa voluta. Anzi, forse è proprio dovuta. D’altra parte, per poter consentire un dialogo tra due realtà così poliedriche, come quella del 118 e la nostra, non vi sono maniere alternative a quella di prendere in considerazione le rispettive concettualità. Bisogna fare una media di tutto e di tutti e poi estrapolare una possibile idealizzazione dei soggetti. Solo così si può dare eco all’opinione di molti nei confronti dell’operato di altrettanti.
Le singole voci non hanno peso in contesti astratti come questo se non quando, sommate le une sulle altre, diventano un coro dal quale, per quanto confuso, si possa distinguere un messaggio che si impone sugli altri. Ciò che ho scritto è proprio quel messaggio, un sordo malumore che percepisco e recepisco da molto tempo passegiando tra i diversi volontari.
Non lo so, magari è sbagliato, e comunque non è perfetto, ma o si faceva così o non si faceva niente (e forse sarebbe stato ancora più sbagliato).
Non cambierà nulla, lo so, ci mancherebbe altro, ma a volte il solo parlarne, delle cose, fa già bene. A tutti.

26 11 2008
Makkia

Innanzitutto i miei complimenti a Luca,per la chiarezza con cui ha affrontato l’argomento. Credo che sia riuscito a “distillare” un sentimento che vaga tra i Militi da troppo tempo,e che da troppo tempo non viene dibattuto e affrontato. E che alla lunga rischia di intaccare proprio quella Buona Volontà che ci unisce. C’è un solo argomento che Luca non ha trattato direttamente,ma che credo abbia la sua importanza,cioè il “fattore umano”:quella specie di sentimento che penso sia il filo conduttore del Volontariato,che ti porta a sacrificare un pò del tuo tempo libero in favore di qualcosa in cui credi ed in cui ti impegni. Senza un ritorno economico o di altro genere,ma con la speranza che quello che fai possa aiutare gli altri in un momento non di certo felice.
Sicuramente l’arrivo del 118 ha migliorato la qualità “tecnica” del soccorso,ma lo spirito dei Volontari credo che riesca a dare un valore aggiunto,proprio perchè implica proprio il fattore umano che ci ha distinti negli anni,e che ha cercato di sopperire a tutte le nostre mancanze,con un pò di solidarietà nei confronti del paziente,di chi sta male,di chiunque avesse bisogno di noi,consci del fatto che un giorno o l’altro potremmo essere proprio noi ad avere bisogno di aiuto. E con questo non voglio togliere nulla a tutto il personale medico ed infermieristico,ma solo riportare l’attenzione su quello che ci muove,e su quello che abbiamo da dare. E perchè no,anche su quello che ogni tanto ci piacerebbe ricevere,da un amico con cui già da oltre dieci anni percorriamo questa strada… Un pò piu di comprensione,alle volte di appoggio,di solidarietà anche nei nostri confronti,che di certo errori ne facciamo e ne faremo,come tutti,ma mossi sempre da un qualcosa che credo meriti rispetto e supporto.

26 11 2008
Luca

Già… Dici bene Makkia: il fattore umano. Altruisti si nasce non si diventa, e noi, modestamente, lo naquimo (come direbbe Totò). Non si pretende che lo nacquero tutti, per carità, anche perché se così fosse saremmo su di un altro pianeta. Ciò che chiediamo è semplicemente di essere considerati per quel che siamo: una brancata di gente che rinuncia a qualcosa di suo (dal tempo libero al sonno, da una cena al week end, da un’uscita serale al pomerggio in spiaggia) per darlo agli altri. Ecco, questo è il nocciolo della questione, la nostra matrice ideologica, il nostro “essenziale” che, come tale, è appunto invisibile agli occhi (degli altri). Ciò che gli altri vedono benissimo, invece, non è tanto cosa facciamo, quanto “come” lo facciamo. Si limitano a giudicare la pratica senza analizzare la teoria (anche perché così è più facile). E sul “come”, ovviamente, siamo criticabilissimi per chi lo vuole fare. Lo sappiamo. Va bene, lo sappiamo.
Ma una piccola estensione di considerazione anche sul perché le facciamo, certe cose, di tanto in tanto, credo che potremmo meritarcela. Si chiama “comprensione”.
Grazie Makkia.

30 11 2008
Marino

Il 118 fu istituito da una legge scritta dall’allora Ministro della Sanità De Lorenzo. Con quale spirito lasciamo perdere ma l’obiettivo era senz’altro condivisibile.
La Regione Liguria fu la prima ad aprire le Centrali Operative in tutto il suo territorio, in fretta e furia per non perdere i finanziamenti statali. Quindi, a parte Savona (se la memoria non m’inganna) già operativa, nel Luglio del 1996 cominciò con Genova Soccorso e il 27 finì con Tigullio Soccorso. La “nostra” C.O. nacque perchè all’epoca pareva che Chiavari diventasse 5° Provincia e magari succederà anche, chi lo sa?
Poi, egoisticamente, si credeva che un rapporto diretto ci avrebbe favorito rispetto a Genova matrigna, in questa come in altre cose.
Invece, non andò così. Nessuno, medico o infermiere che fosse, si prese la briga di andare a chiedere a chi c’era già non da 30 ma magari da 70 anni, come la Verde di Chiavari, quella di Sestri o la Bianca di Rapallo. No, credettero di avere la scienza infusa!!! Questo “peccato originale” trascina i suoi effetti fino ai giorni nostri, tant’è vero che nessuno si è degnato di scrivere su questo blog!!!
Però, Luca, in questo caso, sia a te che a Cri debbo dire che… è anche colpa vostra!!! Che siete dirigenti da anni e non siete stati in grado, allora come oggi, di rapprentare la nostra Associazione e ottenere il rispetto che merita!
Perchè sì, i Militi possono non sapere queste cose ma chi amministra non è giustificato!
Per me, una grande sconfitta culturale, si è materializzata su Facebook! Come rimarcato su un articolo comparso sul XIX, un gruppo di Volontari del Tigullio, invece di riconoscersi in un Gruppo (come usa su quel social-network) di nome, chessò, “Pubbliche Assistenze e C.R.I. del Tigullio” ne han fatto uno “118 Tigullio Soccorso”!!!! Sì, è il Reparto dell’ASL con cui collaboriamo di più ma è una cosa che non ha senso!!! Anche,
ci sono Volontari con magliette con il solo logo della C.O. e non della propria Associazione di appartenenza!!!

Scrivi a un 118 che non ci ha mai ascoltato…
Purtroppo, manco i nostri ci ascoltano più…

1 12 2008
Cristiano

Mi prendo le mie responsabilità come dirigente dell’ Associazione ma, sai che io e Luca non abbiamo mai avuto compiti operativi o di DdS…..e che le mie opinioni le ho sempre manifestate molto prima del post di Luca.
Essendo però in democrazia, la mia opzione soccombe a quella della maggioranza.

1 12 2008
Marino

Sì, certo, so i vs ruoli e come funziona il Direttivo dei Volo.
Cmq, che ne pensi di ciò che ho scritto sul 118 e sul Gruppo di Facebook?

1 12 2008
Cristiano

Sul 118 condivido pienamente la tua analisi, per quanto riguarda Fb sarei molto meno preoccupato.
Sono molte le persone che fanno volontariato in diverse associazioni e posso pensare che il 118 ha riempito il vuoto lasciato dall’ANPAS o chi per esso.
Considerato che non esiste un organismo che riunisce le varie P.A. e C.R.I. dei dintorni….

1 12 2008
Luca

Purtroppo in Italia prospera l’ostinata tendenza, di fronte a certe problematiche, di dedicare energie non tanto alla ricerca di una rapida soluzione quanto, piuttosto, all’individuazione di un colpevole. Quasi che l’identificazione di un capro espiatorio, chiunque sia, costituisca la soluzione del problema. Ma non è così, non lo è quasi mai e, soprattutto, non lo è in questo caso. Anche trovassimo dei responsabili (ma responsabili di che?) non è mettendoli alla gogna che arriveremmo ad una soluzione. Nell’ambito del volontariato, poi, bisogna stare attenti prima di attribuire a qualcuno errori di forma quando, nei contenuti, ha agito in assoluta buona fede.
In ogni caso, se la cosa può essere utile, non esito a prendermi la mia fetta di responsabilità, condividendola con Cri (anche se è sotto gli occhi di tutti che siamo stati i primi a pubblicare ufficialmente il nostro pensiero) e con tutti quelli che vorranno affiancarci alla sbarra di questo improvvisato tribunale. Tuttavia non m’aspetto un gran ché dall’esito del processo, comunque vada a finire.

Tra noi e il 118 è avvenuto un incontro forzato (o “scontro”) di carattere socio-culturale che non si risolve di certo con l’individuazione di un colpevole. I soggetti coinvolti sono tanti, troppi, e tutti diversi. Era inevitabile d’altra parte che ciò accadesse. Per troppo tempo siamo stati dimenticati dalle istituzioni, le stesse per le quali lavoravamo – e che, addirittura, sostituivamo – e il giorno che qualcuno ha pensato di venire a mettere a posto le cose ha trovato un sistema chiuso che andava avanti da solo. Con mille difetti, forse, e senza un capo univoco, però funzionava. A modo suo funzionava. Poi un bel mattino il capo è arrivato. E ti puoi immaginare cos’è successo. Dopo 30 anni di sbattimenti, per noi, ma 70, 80 o 90 per le nostre consorelle, ti arriva uno e ti dice: “Bene, da oggi comando io, da oggi si fa come dico io e guai a chi sgarra!”. Non so, ma per chiunque altro sarebbe stata la rivoluzione. Ci sono moti insurrezionali nella storia nati da affronti meno provocatori di questo, in proporzione. Eppure noi niente. Non è successo niente. Silenzio assoluto. Ci siamo tirati su le maniche ancora una volta, abbiamo chinato il capo e ci siamo messi in riga. Ok, comanda lui – ci dicevamo – non ne avrà l’autorevolezza ma ne ha l’autorità; non ne avrà l’esperienza ma ha la professionalità. Se in ballo c’è la vita della gente non si scherza: il capo sia lui.
Questa, più o meno, è stata la reazione della dirigenza nei primi impatti avuti col neonato 118 e, francamente, non mi sento di criticarne più di tanto lo spirito. Non si poteva fare altrimenti, in effetti, e poi, in linea teorica, la cosa aveva anche un senso. Il fatto è che in pochi anni la situazione ci è sfuggita di mano. Non so come né perché ma adesso regna una grande confusione e davvero non si capisce più chi è comandato, chi lo comanda, a che titolo, con che diritto, in che modo e fino a che punto possa farlo.

I volontari, soprattutto quelli arrivati dopo il 118, neanche s’immaginano una realtà in cui ti dovevi arrangiare da solo, senza centrale operativa, senza auto medica, senza rendez-vous, senza target, senza pulsossimetro, senza DAE, senza selettive, ecc, ecc. Sono tutte cose che oggi rappresentano la normalità per loro (e meno male) ma quando gli parli di telefonate che arrivavano simultaneamente a noi e alla Croce Bianca e di due ambulanze che andavano di corsa sullo stesso incidente, facendo a gara per arrivare prima, strabuzzano gli occhi come se stessi parlando di un film assurdo e demenziale (assurdo e demenziale lo era davvero ma, purtroppo, non era un film).

Loro oggi sono figli di altri film. Si identificano più facilmente in un numero di telefono, che il solo pronunciarlo li gratifica e li esalta, stile 911 americano, piuttosto che in un’associazione di volontariato modesta, provinciale e anonima; si sentono dei piccoli eroi (nel senso buono, non me ne vogliano) con quel logo sulla maglietta, infilano i pantaloni dentro gli anfibi come le forze speciali, occhiali da sole anche di notte, un paio di cellulari nelle tasche e partono a salvare il mondo. Sono l’inconsapevole prodotto di una società consumistica che vuole omologare tutto, per rendere le cose più facili, più esportabili e più vendibili, a cominciare dalle serie TV. Forse guardano troppa televisione, è vero, ma di chi è la colpa? Non certo mia. Se non hanno capito che il 118 è solo un numero di telefono che identifica un reparto dell’Azienda Sanitaria Locale e che il mondo del volontariato è tutta un’altra cosa, molto molto diversa, non sarà certo il segretario dei Volontari del Soccorso di Rapallo ad aprirgli gli occhi. Lasciamoli così, che dobbiamo dire? Dopotutto non fanno male a nessuno, anzi… Oppure proviamo a spiegargli come stanno le cose, noi che lo sappiamo. Facciamolo, davvero. Ma con pazienza, con calma e delicatezza. Perché, comunque la si giri, abbiamo bisogno di loro. La loro presenza è fondamentale per noi, come Associazione, e per noi come cittadini del mondo. Sono il nostro futuro e questa è l’unica certezza che abbiamo. Saranno vittime di un colossale equivoco, è vero, ma tra noi c’è anche gente che gira con svastiche tatuate addosso e altre amenità del genere… Direi che quest’ultimi stanno messi peggio, non pensi?

Comunque hai ragione: sentire la loro campana o quella del 118 non sarebbe una brutta cosa, anche perché all’interno del 118 vi sono persone splendide, cortesi e disponibilissime. Questo lo so, come so che potrebbero essere proprio loro le prime a capire la nostra situazione. Chissà. Noi per il momento abbiamo iniziato a parlarne, siamo stati i primi a farlo in maniera così “spudorata”; adesso più che stare a vedere cosa succede (se succede qualcosa) non possiamo fare…
Potremmo anche scoprire di essere una minoranza, a pensarla così, non condivisa e non approvata da nessuno. In democrazia dovremmo accettare anche questo.

1 12 2008
Marino

Mi spiace che l’hai presa così, non processo nè metto alla gogna nessuno, tantomeno te e Cristiano!!! Ho menzionato voi in quanto dirigenti, tutto qui.
Comunque, il 118 dovrebbe essere già storia, il 112 in tutta Europa è il nr unico delle Emergenze come il 911 negli USA.
Forse, quando questo avverrà, il nr delle C.O. verrà razionalizzato, 5 in un territorio e una popolazione come quella ligure è uno spreco ma chi ha il coraggio di dirlo?
Per il resto, al momento la vedo male, malissimo, ritengo che siamo culturalmente sconfitti. Ma sono solo un Volontario tra tanti, che poi non fa servizi in ambulanza da mesi perchè non più all’altezza. Quindi, quel che dico non sposta nulla…

1 12 2008
jacopo

beh la differenza non è tanto dovuta al 118, in quanto rivalità tra CRI e PA nel territorio è già forte per motivi a se. il 118 in questo senso è L’unica cosa che in molti casi ci unisce. per questo su FB il nome è stato scelto così. non inteso come 118 ma come tigullio soccorso, ossia di tutti quelli che occupano questo settore da noi. PA. CRI,militi medici infermieri presidenti ecc.

per quanto riguarda il resto sono d’accordo su molto ma non su tutto. Non siamo professionisti? forse non lo siamo perchp non veniamo pagati e abbiamo ruoli e compiti diversi dai membri del 118, loro sono sanitari, noi siamo tecnici. Ma non per questo la componente competenza deve venire meno. Non possiamo pià rovare l’alibi che siamo volontari. Il volontariato per definizione scegli di farlo, se e quando vuoi. ma il nostro settore ha delle regole dovute alla legge di mercato che ci è imposta. L’acquirente-paziente vuole un servizio che renda merito alle sue aspettative e noi, che ci impegnamo ad erogarlo, dobbiamo farlo nel rispetto di questo. altrimenti facciamo i volontari alla caritas! Se non accettiamo il fatto che dobbiamo possedere determinati requisiti, formazione, stomaco e fegato, accettare i rischi che un lavoro come il nostro comporta, beh forse dobbiamo chiederci se abbiamo scelto bene. Il cuore è il fulcro di tutto, ma non l’unica cosa. non basta più ormai. Da paziente e non da milite, non vorrei essere soccorso in caso di bisogno, da persone armate solo di buona volontà. e credo chiunque, specie nel nostro settore. noi facevamo già i corsi prima, avevamo già il medico, ma non ovunque era così. non credo sia tollerabile che in base a dove ci si trovi, dipenta la qualità del servizio.in questo il 118 ha migliorato le cose. non tanto per suo merito, ma quanto per il fatto che ha creato linee guida e modus operandi uguali per tutti. COsa che nessuno prima aveva fatto. La maggior professinalizzazione che ci è richiesta, la dobbiamo prendere come impegno a migliorarci.
per il resto dovremmo essere pià uniti tra di noi, ma come mi confermerete anche voi rapallesi, non sembre scorre buon sangue tra le associazioni, spesso tra le vicine. La rivalità è costruttiva, quando spinge a migliorarsi, non quando punta a migliorare solo immagine, a fare marcheting, a farsi pubblicità, ad accaparrarsi i numeri civici di una strada per rubarli all’associazione vicina, a comprare automediche inutilmente più lussuose delle altre ecc ecc. i primi a sbagliare siamo noi in questo. Riconosco pienamente che senza di noi il 118 non esisterebbe ma al contrario, noi siamo esistiti x decenni senza, erogando quello che in quel momento era il servizio migliore possibile. x questo trovo che l’esculapio d’oro vinto dal 118 anni fa doveva andare a noi, perchp dei 25mila interventi l’anno di cui hanno parlato, la forza lavoro nella maggior parte dei casi siamo noi e basta! noi abbiamo un ottimo rapporto col 118, di stima e fiducia reciproca. ciò non toglie che spesso sbagliano, ad esempio a lamentarsi senza essere presenti, magari facendolo dietro ad un monitor. ma non dobbiamo creare differenze, quando non ci sono o non dovrebbero esistere. siamo sulla stssa barca e ci dobbiamo muovere tutti insieme, consci del ruolo che abbiamo. il nostro ruolo di volontari, ha una posizione sociale importantissima e ci rende unici. E unici siamo anche perchè i soli ad erogare questo tipo di servizio.

1 12 2008
Cristiano

“non credo sia tollerabile che in base a dove ci si trovi, dipenta la qualità del servizio.in questo il 118 ha migliorato le cose. non tanto per suo merito, ma quanto per il fatto che ha creato linee guida e modus operandi uguali per tutti. ”

Purtroppo da noi questo non è accaduto e, la reatlà del 118 non è la stessa in tutt’Italia.
Cose che in certe regioni sono scontate in altre non lo sono e siamo ancora molto lontani da dare servizi standard in tutto il territorio nazionale, anche se il 118 esiste da circa 10 (non in tutt’Italia)

1 12 2008
Luca

Per Marino: non fraintendermi, non l’ho certo presa male. Ho solo costruito un’ipotesi difensiva alle tue, in un certo senso pur plausibili, “accuse” . Anche se, a mio parere, il nocciolo della questione è, e rimane, da tutt’altra parte e per individuarlo dovremmo remare tutti (almeno tutti noi volontari “ante 118”), dirigenti e non, nella stessa direzione.
Per il resto non c’è nessun problema, anzi… Grazie dei contributi.

2 12 2008
el

bellissime parole, lettera chiara e decisa…e sopratutto si mette in evidenza una VERA realta…spero che qualcuno gliela faccia leggere…non per qualcosa…ma per far capire che siamo esseri umani…e loro anche se sono medici…non possono e non devono trattarci come pezze da scarpa…NOI SIAMO IL SOCCORSO, NOI CORRIAMO A SALVARE LA GENTE, NOI LI PORTIAMO ALL OSPEDALE E SENZA DI NOI, LORO, NON FAREBBERO NULLA….

28 02 2009
Giulio

Re: Facebook
di il Primario Azzurro il lun 24 nov, 2008 Moneglia

su FB ho fondato un gruppo che riguarda i soccorritori della mia zona, che prende il nome dalla CO che ci unisce cioè 118 TIGULLIO SOCCORSO, anche se chiaramente la scelta nome non riguarda specificatamente la nostra CO ma tutti l’insieme di 118, PA e CRI della ZOna.
Il SECOLO XIX, cioè il maggior quotidiano della Liguria, ha fatto un piccolo reportage sul boom di Facebook, hanno trovato interessante questo mio gruppo, in quanto era dimostrazione che ci si possono trovare cose interessanti e costruttive, che riguardano un settore onorato e degno di stima come il nostro. n giornalista ha deciso di contattarmi e farmi qualche domanda. Non ho potuto non citare il beneamato forum SOCCORRITORI.IT come il punto di ritrovo di noi professionisti del soccorso e come forum in grande espansione e fermento. Il giornalista ha dato un occhiata e l’ha citato sull’articolo.
HO pensato di parlare di SOCCORRITORI.IT in primis perchè è il padre di tutte le attività sul WEB che ci riguardano e perchè il SECOLOXIX volendo segnalare l’attività del nostro settore, come ambiente in crescita, portato avanti da gente che magari fa in “silenzio”, attività importanti, rischiose, di irrinunciabile attività e di vitale importanza, non godendo della luce dei riflettori, credo che il “nostro” sito ne sia l’esempio migliore e sia il “Luogo” virtuale dove c’è il miglior tipo di confronto, costruttivo ed educativo che si possa trovare sul web ed è secondo me, un onore che appartenda al nostro mondo. E’ un luogo di confronto, di crescita professionale ma anche di amicizia e fratellanza e lo dimostrano gli incontri, le cene che facciamo.
Ho pensato che fosse doveroso parlare di ciò al giornalista e fare in modo che SOCCORRITORI.IT venisse citato ed in qualche modo pubblicizzato. Spero che ai moderaori ed amministratori l’idea non sia dispiaciuta…

8 03 2009
volontarirapallo

Oscar Wilde diceva: “Bene o male purché se ne parli”. E aveva ragione (purtroppo). Il nostro maggior difetto (in veste di associazioni) è quello di non far parlare troppo di noi, in funzione di quell’umiltà intrinseca nello spirito altruistico, e disinteressato, di ogni volontariato autentico.
La tua iniziativa, caro Giulio, non solo fa parlare di noi ma, almeno negli intenti, lo fa anche bene. Quindi perché qualcuno dovrebbe essere dispiaciuto e non dirti grazie? Non ci sarebbe motivo. Anzi.
Grazie e complimenti per l’entusiasmo.
.

20 05 2014
antonio ( harry potter )

sono un volontario:
volontario perchè non credo che sia importante il ramo in cui io operi, o abbia operato nel passato, ma sia invece importante far capire il concetto base ( almeno per quanto mi riguarda ) della parola: ” volontario ”
Volontario:
perchè parte tutto dalla mia volontà di farlo:
aiutare gli altri, soccorrere chi ha bisogno, ascoltare chi ha bisogno di tirar fuori, sacrificare il mio tempo e la mia pazienza,per aspettare , comprendere e star vicino a chi è solo, a chi non è autonomo o semplicemente a chi chiede di essere capito ,considerato,e non emarginato per la prorpia diversità o particolarità, letta e interpretata in modo errato come una piccola scintilla di follia e di pericolo.
Volontario:
perchè anche se professionalmente non sono completamente preparato,o no ho sulle spalle quella esperienza decennale,che potrebbe e che ha un professionista,un dipendente o un tecnico del settore, …..
ritengo di avere sul groppone un esperienza…decennale come volontario, come persona che cerca di avvicinarsi agli altri non solo, come soccorritore, come amico, compagno, tecnico o esperto del ramo, ma anche come persona che vuole esser vicino, capire ,comprendere e trasmettere, sentimenti,valori e ideologie, che a mio parere sono la benzina che fa funzionare e andare avanti, la macchina della solidarietà verso il prossimo,quella stessa solidarietà che un giorno anche noi potremmo chiedere e averne bisogno.
La realtà del territorio ligure non discosta molto da quella del territorio lombardo da cui provengo, e forse questa realtà diversa appuntò, è stata la molla che mi ha spinto a diventarne volontario esterno e che da ben 7 anni almeno mi fa andare avanti e indietro tra il territorio lombardo, e quello ligure, che mi mette in discussione e in gioco attraverso protocolli e regolamentazioni, liguri e lombarde, che mi piazza in mezzo ad due realtà fisico esistenziali ben diverse e definite tra la realtà oggettiva del territorio, ligure e quello lombardo.
Io che arrivo da una realtà di professionalità e precisione milanese, spesso mi ritrovo ammaliato, catturato e allo stesso tempo incastrato e messo in gioco e in discussione da questa realtà ligure che cerca di avere un suo posto e ruolo verso quella professionabilità e precisione di cui spesso viene chiamata a esprimere attraverso regolamentazioni e protocolli che partono dall’alto.
si è vero queste diversità oggettistiche tra c.r.i. a.n.p.a.s. e varie p.a spesso creano questo squarcio virtuale nel mondo del volontariato,
a mio avviso dovrebbero essere unite e non diversificarsi all’interno di una guerra psicologica e non; fatta di rancori, separazioni e divergenze che fanno male ( a mio parere ) al concetto base e al verso uso e significato del volontariato.
Proprio perchè questa professionabilità e precisione da cui provengo, a volte mi sembra di sentirla fredda e distaccata,non mia, esterna e mi riesce difficile esternare col il mio piccolo “io ” il significato profondo che dò al volontariato.Ecco il perchè a volte fuggire da una realtà così schematica e precisa, mi porta a buttarmi a capofitto verso quella realtà non perfetta, magari o non ancora completa come dall’ alto si vorrebe, ma che riesce a farmi sentire più vicina , umana e calda l’esperienza e la voglia di dare e di fare volontariato.
Concludendo…non dovrebbero esserci questi attriti, tra associazioni enti e stati….
ma ci sono, lavoriamo insieme per unificare non tanto regole eprotocolli…che per carità sono essenziali come linee guida, senza le quali si potrebbe ricadere nel caos,…ma questa voglia e sentimento che senti e trovi solo nel fare ed essere Volontario.

Antonio ( harry potter ) da milano!

12 03 2016
rovine maya chicken itza mexico

rovine maya chicken itza mexico

Caro 118… | .:Volontari Rapallo

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