Metti una sera a cena

19 12 2008

Immaginatevi un gruppo di persone intorno a un tavolo. Una sera. A cena. Una chiassosa comitiva composta da 31 invitati, insolitamente accomunati dall’essere nati tutti nello stesso anno: il 1949. La classica “cena di leva” insomma. Bene, immaginateli nell’atmosfera tipicamente serena e goliardica di un evento la cui liturgia, seppur ripetuta ogni anno, da tanto tempo, conserva l’ingenua aspettativa di un’infantile emozione. Pensateli lì, tra i piatti vuoti, i bicchieri pieni e le briciole sulla tovaglia, a parlare delle loro vite, delle loro avventure e dei loro progetti; siamo un attimo prima che arrivi il dolce, praticamente quasi alla fine, quando la pancia è piena ma qualcosina ancora ci sta. Ce li vedete? Perfetto. Adesso lasciamoli per un momento alla spensieratezza del meritato baccanale che, come avremo modo di capire, non sarà tempo sprecato, e silenziosamente chiudiamo la porta della sala da pranzo. Clack. Usciamo fuori, al freddo ovattato di una serata di fine Novembre nel cui silenzio, come sempre, Rapallo dorme già.

Immaginatevi ora il Kenya. Sì, avete capito bene, ho detto proprio il Kenya, lo Stato africano. Bisogna fare un salto mentale mica da ridere, lo so, ma suvvia ce la possiamo ancora fare. Dài. Avete presente l’Africa? E’ quel continente a forma di triangolo rovesciato che sta proprio sotto di noi, nel senso di sud, e del quale non si parla quasi mai perché, effettivamente, riuscire a farlo con la dovuta coscienza mette sempre un po’ in imbarazzo. Dà quasi fastidio, se capite quel che voglio dire. E’ assurdo ma è così, facciamoci caso: ultimamente si è parlato più di Marte che dell’Africa. Spendiamo miliardi di dollari per cercare l’acqua su Marte quando ne basterebbero molti, ma molti di meno per portarla in Africa, l’acqua, visto che noi ce l’abbiamo e gli africani no. Con buona pace dei marziani. E invece niente. Andiamo su Marte, noi, che fa più figo. Certo che siamo strani…

Comunque il Kenya, per chi lo ignorasse, fa ancora parte del banale pianeta Terra, sul quale occupa un territorio a forma di pentagono pressoché regolare che si affaccia sull’Oceano Indiano, nel lato orientale del continente dimenticato. Nairobi ne è la capitale, forse l’avete sentita nominare, così come Mombasa e Malindi sono le località turistiche più famose e sfruttate dagli occidentali, ma anche dagli orientali, e dai settentrionali, ecc. ecc. (tanto per dirne una: sapete come si dice Mombasa in kiswahili? si chiama Kisiwa Cha Mvita, abbreviato in Mvita, che significa “isola di guerra”… Forte vero?). Vabbè, lasciamo perdere i commenti, altrimenti non la finiamo più, e abbandoniamo il Kenya turistico per spingerci un po’, anzi un bel po’ all’interno. Saliamo sulle montagne, oltre i 2000 metri di altezza, e raggiungiamo due località dimenticate dalla nostra geografia: Ol Kalou (2.400 metri) e Naro Moru (2.200 metri). In quei luoghi sperduti esistono, che ci crediate o no, due missioni cattoliche, distanti 250 km l’una dall’altra. Gestite da suore italiane coadiuvate da personale locale, sono, per così dire, completamente autosufficienti, nel senso che producono da sé tutto ciò di cui hanno bisogno (possiedono terreni da coltivare, mucche, pecore, capre, galline, conigli, ecc.). Le due strutture ospitano, complessivamente, circa 300 bambini disabili ai quali offrono, oltre che una scuola, un centro di fisioterapia riabilitativa e un’officina ortopedica per la costruzione delle protesi. Ricevono pazienti con handicap fisici provenienti da tutto lo Stato, di età compresa tra 0 e i 20 anni, e li tengono presso di loro anche per lunghi periodi di tempo (fino a 10 anni), in relazione alle esigenze delle terapie. Nel frattempo la scuola interna provvede al loro percorso educativo. Niente male per un posto mediaticamente più lontano di Marte, vero? Però c’è sempre un però: una volta giunti alle missioni, infatti, i piccoli pazienti colpiti da patologie malformative (nella maggior parte dei casi si tratta di piedi torti, coxa vara, ginocchia valghe e vare, morbo di Blount, displasie ossee, esiti di gravi ustioni, scoliosi, ecc) dovrebbero essere visitati da chirurghi specializzati e, se del caso, operati in un ospedale attrezzato (i più vicini sono quello di North Kinangop, per la missione di Ol Kalou, e quello di Nyeri per la missione di Naro Moru). Purtroppo i due centri missionari, per quanto efficienti, non dispongono di personale medico adeguatamente preparato a valutare ed intervenire sui bimbi, anche perché i sanitari degli ospedali locali, con tutta la buona volontà, hanno altro a cui pensare che recarsi in località distanti centinaia di km, sull’altopiano del Kenya. Quindi l’utilità delle missioni, senza medici competenti, sarebbe gravemente compromessa. Che fare? Secondo voi questo problema si potrebbe risolvere senza che qualcuno ci metta il cuore? Io penso proprio di no.

E infatti, sentite un po’ cosa succede: esistono equipe composte da chirurghi e anestesisti volontari italiani (buona parte genovesi) che si recano alle missioni due volte l’anno. La prima volta (nel mese di Gennaio per Naro Moru e nel mese di Febbraio per Ol Kalou) i medici controllano i pazienti inseriti in “nota operatoria” e poi si recano, insieme a loro, all’ospedale di zona dove gli viene riservata la sala operatoria per 15 giorni. I chirurghi operano continuamente, dal Lunedì al Sabato, mattina e pomeriggio, e poi tornano alla missione Domenica per controllare gli operati; dal Lunedì successivo si recano di nuovo all’ospedale dove riprendono a operare, senza tregua, per un’altra settimana. Terminati gli interventi, i sanitari danno le istruzioni ai fisioterapisti locali sulla gestione dei vari decorsi post operatori e tornano in Italia. Nessun ortopedico vedrà più i piccoli pazienti (se non via e-mail) fino a quando, successivamente, una seconda equipe medica tornerà alle missioni (a Settembre – Ottobre) per le visite di controllo e per preparare la nuova lista operatoria, relativa ai successivi Gennaio e Febbraio. E così via, da oltre vent’anni. Volontariamente, spontaneamente, silenziosamente. Non lo trovate straordinario?

Tutto questo popò di fiaba (che poi fiaba non è) ci è stata raccontata da uno di loro, un chirurgo ortopedico che da molto tempo fornisce il suo prezioso contributo a questa fantastica avventura. Il suo nome è Gian Maria Valle, forse lo avete già sentito nominare anche perché, guarda caso, è pure il Presidente del Comitato Festeggiamenti Montepegli 2000 (com’è, come non è, loro ci sono sempre). Lo abbiamo conosciuto in occasione dei vari incontri che hanno visto Montepegli e i Volontari scambiarsi collaborazioni e strette di mano, culminati nel Settembre di quest’anno quando ci hanno donato una fiammante Fiat 500 per il servizio di Guardia Medica. Sono le autorevoli parole del possente e simpatico Gian Maria, dunque, ad informarci che tutta l’organizzazione di cui abbiamo appena parlato fu fondata, nel 1984, dal Prof. Silvano Mastragostino, allora primario della 2° Divisione di Ortopedia e Traumatologia del Gaslini di Genova. Il professore capì subito l’importanza di poter lasciare in buone mani gli operati e perciò forzò al massimo la formazione dei fisioterapisti locali; intuì, inoltre, quanto fosse indispensabile la presenza in loco di tecnici che potessero costruire le protesi ai piccoli pazienti e si avvalse dell’esperienza e della capacità del Sig. Primo Bertuzzi di Genova, titolare dell’Officina Ortopedica Ligure, il quale, oltre ad istruire gratuitamente il personale nelle missioni, ospitò a Genova tecnici kenyoti per prepararli al meglio e inviò in Kenya diversi macchinari della sua officina, tuttora perfettamente funzionanti. Sia il Prof. Mastragostino che il sig. Bertuzzi sono deceduti da alcuni anni, rimanendo sino all’ultimo legatissimi alle due missioni africane dove vengono ricordati con immenso affetto. A sostegno dell’iniziativa, il prof. Mastragostino fondò, nel 1996, un’associazione ONLUS, la “GOA” (Genova Ortopedia per l’Africa),  ora intitolata allo stesso “Silvano Mastragostino“, che gestisce a tutt’oggi l’organizzazione dei viaggi, mantiene i contatti con le Università alla ricerca di giovani medici volontari e acquisisce fondi a sostegno di questa grande opera.

Le necessità, a parte quelle mediche, come potete immaginare, sono enormi: la povertà regna sovrana appena si esce fuori dalle città più importanti ma, volendo, anche all’interno delle stesse (basterebbe uscire dai villaggi turistici per accorgersene). Quando i medici tornano alle missioni vengono sistematicamente subissati dalle richieste extra sanitarie: lo scorso anno, per esempio, vi era quella di rifornire di banchi e coperte una scuola di bimbi sordomuti fondata dalle stesse suore della missione di Ol Kalou; quest’anno, invece, c’è la necessità di 75 giacche per i bambini della scuola di Ol Kalou (solo quelli piccoli perché i grandi le hanno già) e 100 giacche in pile per i bambini del centro disabili di Naro Moru. Sono richieste, queste, che in effetti esulano un po’ dalla matrice originaria delle missioni, le quali vivono essenzialmente grazie alle donazioni volontarie che giungono per lo più dall’Italia e che i medici portano in Kenya quando vi si recano, ma che, in ogni caso, non possono lasciare indifferenti le persone sensibili, quelle col cuore grande, quelle speciali. E di persone speciali, in giro, ce ne sono molte, credetemi. Più di quanto si pensi.

A proposito: comincia a far freddo qui fuori ed è giunto il momento di rientrare nel ristorante, dove abbiamo lasciato i 31 ragazzi del 1949 a festeggiare il loro incontro di leva. Riapriamo la porta e diamo un’occhiatina a quel che succede. Ma in silenzio, mi raccomando, non facciamoci scoprire. Dunque, a quanto pare hanno spazzolato via pure il dolce, direi senza troppa fatica, e adesso c’è uno di loro che sta raccogliendo del denaro. Ma non è quello per pagare il conto. No, è una somma da destinare in beneficenza. Proprio così. Quelle sono persone speciali, ve l’avevo detto io, e tra di loro, senza nulla togliere agli altri, ve n’è una che, oltre alla sensibilità, ha anche l’opportunità di trasformare le buone idee in fatti concreti. Il suo nome non ve lo dico (perchè la sua sensibilità è inferiore solo alla sua modestia) sappiate però che ha a che fare in maniera diretta, molto diretta, con i Volontari del Soccorso di Rapallo (com’è, come non è, anche i Volontari ci sono sempre). I 31 del ’49, insomma, stanno facendo una bella colletta – 250 euro tondi tondi – che consegnano al misterioso esponente dei Volontari affinché li destini in opere di beneficienza. Quest’ultimo dichiara subito le sue intenzioni circa quel denaro: metà, ossia 125 euro, andrà alla Ricerca sul Cancro (della quale, purtroppo, c’è sempre più bisogno) e la rimanenza sarà devoluta, pensate un po’, all’ONLUS “Silvano Mastragostino” di Genova che, ormai, conosciamo molto bene. Ma non solo. L’obiettivo che ci prefiggiamo, immediatamente condiviso da tutti, è quello di riuscire ad acquistare le giacche, tutte le giacche, per i bambini delle missioni, magari con l’aiuto dei cittadini più generosi. Che ne dite? L’idea è forse un po’ ambiziosa, ci vorranno alcune migliaia di euro, ma dopo aver conosciuto una realtà straordinaria come quella dipinta dalle entusiaste parole del Dott. Valle ci è venuta voglia di fare qualcosa di più.

E’ difficile da spiegare, ma certe cose funzionano così: quando ne vieni a conoscenza ti fregano. Punto. Ti pigliano all’improvviso, con l’anima assorta e i pensieri altrove, e ti seminano dentro un’esigenza strana, quasi un’angoscia da cui non riesci più a liberarti. Lo scopri dopo, quando è ormai troppo tardi. Quando devi, ma devi veramente fare qualcosa di concreto per essere felice. Non so se capita anche a voi. Probabilmente sì. A quei 31 che stanno uscendo dal ristorante dev’essere andata proprio in questo modo. Li abbiamo spiati di nascosto per tutto questo tempo ed ora è giunto il momento di salutarli, uno ad uno, se non altro per ringraziarli. Mettiamoci sulla porta e guardiamoli passare. Eccoli qua: Guido, Roberto, Gianluigi, Enrico, Antonio, Mauro, Luciano, Leopoldo, Giancarlo, Lino, Angelo, Salvatore, Elio, Gianni, Paolo, Vincenzo, Cesare, Nicola, Alfieri, Ombretta, Pina, Anna, Orietta, Daniela, Michela, Anna, Claudio, Giovanni, Francesco, Pier Giorgio e, infine, l’organizzatore dell’evento, l’inossidabile, immarcescibile, inimitabile Walter Cardinali. Sono questi i ragazzi del ’49, che l’anno prossimo festeggeranno un bel compleanno a cifra tonda ed ai quali formuliamo, già ora, tutti i nostri migliori auguri.

Se qualche fortunato coetaneo volesse partecipare alla prossima cena, che già si preannuncia eccezionale, può fin da subito mettersi in contatto con noi, al tel. 0185 26.26.26 oppure via e-mail all’indirizzo info@volontarirapallo.it, e  riceverà tutte le istruzioni necessarie.

Se invece non siete nati nel 1949 ma vi è piaciuta la nostra storia, e il nostro progetto, e adesso avvertite quell’irrefrenabile istinto di dover fare qualcosa, qualcosa di serio, non preoccupatevi e non agitatevi. E’ normale: siete solamente persone speciali. A volte capita. In questo caso vi basterà cliccare qui per sentirvi meglio.

Nel frattempo, buon Natale a tutti.

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