Cara, anzi carissima ANPAS

28 06 2010

Per chi non lo sapesse, l’ANPAS è l’Associazione Nazionale delle Pubbliche Assistenze, un organismo ultracentenario di portata nazionale, rappresentativo di tutte le Pubbliche Assistenze che, come la nostra, vi aderiscono. L’ANPAS oggi conta circa 800 associate che coprono quasi tutto il territorio nazionale, anche se la maggior parte di esse è concentrata nel centro-nord Italia, e la sua organizzazione amministrativa si articola essenzialmente su due livelli:

1)    Il livello nazionale: che tiene rapporti istituzionali, promuove e gestisce servizi di dimensione nazionale ed individua le politiche generali;

2)    Il livello regionale che si occupa di ogni altra attività pratica di coordinamento, gestione e servizi alle associate.

Aderire all’ANPAS non significa solo condividerne gli scopi e le finalità, tra i quali la costruzione di una società più giusta e solidale attraverso la tutela e il riconoscimento dei diritti della persona, nonché quant’altro abbia a riferimento la capacità umana di impegnarsi nell’aiuto e l’assistenza agli altri, ma anche godere di un peso rappresentativo di dimensioni nazionali, un peso che, in sede di contrattazione, consente alle singole voci di fare coro. E la cosa riveste enorme importanza in un paese, come il nostro, dove il volume sonoro di ciò che si urla conta molto più del contenuto di ciò che si dice.

Per far parte dell’ANPAS le associazioni di pubblica assistenza devono acquistare le tessere ANPAS per i loro soci e versare una quota associativa al Comitato Regionale di riferimento (per noi è quello Ligure) il quale, poi, ne devolverà una parte, alla sede nazionale. L’entità della quota viene fissata annualmente e varia a seconda delle esigenze di bilancio e del numero delle iscritte. Da qualche anno, per noi liguri, tale quota è fissata nel 2 per cento del fatturato ASL. Praticamente, il 2 per cento di ciò che l’ASL 4 ci rimborsa, per i trasporti sanitari che effettuiamo, deve essere destinato all’ANPAS. E, inoltre, ci viene richiesto il versamento tramite “prelievo alla fonte”. Cioè l’ANPAS trattiene la sua quota prima ancora che essa ci venga accreditata.

Ora, il nostro problema inizia proprio da qui.

Immaginare, così su due piedi, di perdere il 2 per cento del fatturato ASL non sembrerebbe poi un dramma tanto grande. Dopotutto ci resterebbe il 98 per cento. Cioè, parafrasando un antico detto, dove si mangia col 100 si mangia anche col 98. In effetti l’affermazione potrebbe essere vera, almeno fino a un certo punto, se la situazione economica non venisse analizzata nel complesso della sua interezza. Le entrate ASL (comunque si parla di entrate e non di attivo) costituiscono solo una branchia della nostra attività, la più grande, certo, e forse l’unica nella quale, se tutto va bene, a fine anno riusciamo a guadagnarci qualcosa. Ma il lavoro che le pubbliche assistenze svolgono in favore della collettività và ben oltre i consueti trasporti in ambulanza. Tanto per fare qualche esempio, abbiamo un ambulatorio sociale, prepariamo i pasti per i poveri del comune, effettuiamo servizi sociali, gestiamo un servizio di telesoccorso, noleggiamo presidi sanitari, abbiamo in adozione 40 orfani dello Sri Lanka, raccogliamo fondi da destinare in beneficienza, organizziamo gare ciclistiche, il palio remiero, mostre fotografiche, tiriamo fuori anche dei soldi di tasca quando è necessario. E poi c’è l’ordinario, l’andare avanti giorno dopo giorno, tutti i santi giorni. Le ambulanze che si rompono, gli incidenti, i meccanici, i gommisti, i carrozzieri; la sede da mantenere, il mutuo, l’affitto, il calorifero che perde, la caldaia che non si accende, i dipendenti, le bollette. Insomma sono i problemi di tutti e ce li abbiamo anche noi. Problemi che, pur contemplando un potenziale attivo ASL, conducono agevolmente nel farci chiudere i bilanci a zero, se non addirittura in passivo. E’ questa l’ottica in cui deve essere valutata l’entità di quel famoso due per cento per comprendere come la scelta della destinazione di tale cifra, costituita da non poche migliaia di euro, diventi enormemente importante. Devolvere all’ANPAS sette, otto mila euro ogni anno non è una passeggiata. Non lo è mai stata e, oggi come oggi, lo è ancor meno. Dobbiamo assumerci delle responsabilità. Fare bene i conti e prendere delle decisioni. Sono un sacco di soldi e, per quanto teniamo all’ANPAS, francamente, non riusciamo ad affrontare con la dovuta serenità il gesto di privarcene in un sol colpo per una quota associativa.

Dice: ma l’essere associati ANPAS per i Volontari vorrà pur dire qualcosa, no? Cioè avrete qualche vantaggio.

Be’ certo, oltre alla rappresentatività a livello nazionale e ai valori di fondo assolutamente condivisi, di cui non possiamo che andare orgogliosi, l’ANPAS ci aiuta nei settori principali della nostra attività, quali la stipula della convenzione per il trasporto sanitario, la formazione dei militi, il servizio civile e la protezione civile. Anche se, ad onor del vero, le ultime prestazioni fornite lasciano un po’ a desiderare. Ma non è questo il punto, non siamo qui a muovere delle critiche a nessuno. Ci mancherebbe altro. La questione fondamentale è che per essere una Pubblica Assistenza non è necessario essere iscritti all’ANPAS. Diciamo che è semplicemente più comodo, più utile e, se vogliamo, più bello, ma si potrebbe anche farne a meno. Certo, non faremmo vita facile, ma non sarebbe neanche impossibile. Ebbene: in questo periodo della nostra vita stiamo riflettendo proprio su questo.

Oltre all’entità decisamente importante della quota associativa, ad indurci in perplessità vi è anche la modalità del versamento, costituita dal già accennato “prelievo alla fonte”. Con tale sistema, reso obbligatorio per le associate, l’ANPAS detiene il diritto di incassare il corrispettivo direttamente dall’ASL prima ancora che esso arrivi a noi. Come metodo è sicuramente pratico, comodo ed efficace (soprattutto per l’ANPAS) ma conserva un effetto collaterale che a noi non può lasciare indifferenti: ci impedisce di valutare, anno per anno, l’opportunità (o meglio, la possibilità) di effettuare il pagamento della quota associativa. Cioè, se, per ipotesi, giunti alla fine di anno finanziario prendessimo coscienza di una situazione economica disastrosa, vorremmo conservare il diritto di poter scegliere se versare la quota ANPAS oppure sacrificarla su un altare meno nobile quale potrebbe essere, ad esempio, la bolletta del gas, o il conto di un meccanico. Vorremmo poter decidere, almeno questo.

La questione è aperta. Ci siamo confrontati con altre realtà associative a noi vicine e le situazioni non sembrano molto dissimili. Non tutti, i virtuosi ci sono sempre per fortuna, ma molti nutrono gli stessi dubbi: ANPAS o non ANPAS? Questo è il dilemma.       

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9 responses

28 06 2010
Cristiano

La questione andrebbe anche analizzata da un altro punto. Premesso che il nuovo sistema di pagamento della quota associativa (modalità discutibile) comporta che occorra pagare sulle entrate ( e caso strano su quelle maggiori…) bisogna vedere se il costo è proporzionato ai risultati.
Se devo pagare un servizio, che sia il telefono, il carrozziere o altro, devo essere sicuro che il rapporti costi/benefici sia favorevole.
Lo è per la quota dell’ ANPAS Regionale? Per me è una domanda retorica in quanto conosco benissimo la risposta ma forse l’ ANPAS dovrebbe porsela questa domanda. Chissà se avrà il coraggio è l’ onestà di farlo?

P.s. il sottoscritto ha creduto è lavorato per e con l’ ANPAS quando ancora si chiamava federazione e pochi lo stavano a sentire

28 06 2010
volontarirapallo

Certo. Sono sempre stato più che favorevole ad aderire sia alla federazione che all’odierna associazione ma la questione ora deve essere affrontata. Tutti quei soldi sono semplicemente “tanti soldi” o sono, invece, “troppi soldi”? E’ questo il punto.
Mi dispiacerebbe abbandonare il movimento (e sinceramente non credo che lo faremo, piuttosto rinunceremo a qualcosaltro, lo so già) ma parlarne un po’ non fa male a nessuno. Non farebbe male neanche all’ANPAS.

28 06 2010
Cristiano

il rapporto costi/benefici è assolutamente negativo…arriveremmo in pari versando 100-200 euro l’ anno

19 09 2010
notaro antonio

forza ragazzi sono con voi.. non capisco molto di questioni burocratiche, entrate ed uscite, ma da questo deduco che decidere di dissociarsi da un associazione una scelta o un patner, se così lo si può definire, nn lo si fa a cuor leggero, sono sempre dell’idea che a mano a mano che si va avanti , si tenda troppo spesso a burocratizzare il tutto e a bloccare quello che in partenza era nato come buon proposito e obbiettivo, swpero che si riesca ad arrivare ad una soluzione logica, morale e efficace di questo problema, e comunque anpas o nn anpas io continuerò come volontario esterno e neutrale a fare parte del vostro equipaggio dato che in voi sento ancora vivo quel senso di volontariato volontario che nasce spontaneo da chi vuol far del bene comunque e dovunque.
avanti così dunque senza timori

con affetto Harry potter

19 09 2010
Andrea Bonfanti

Credo comunque che l’importante sia continuare a giocare a pallone. Non importa poi con che maglia.
Perdere in qualche modo un compagno che dovrebbe avere la tua stessa passione non è mai bello, ma se in qualche modo i fini e i mezzi cominciano a differenziarsi troppo, allora forse è meglio, dopo ogni tentativo di dialogo, stringergli la mano augurandosi che sia, in condizioni migliori, un arrivederci.

29 09 2010
sara

anch’io credo che nonostante tutto si debba continuare a giocare….intanto… arrivederci

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