Un autobus chiamato desiderio

12 10 2009

JourneyChi di voi, attraverso i vari post su questo blog, ha seguito la nostra iniziativa in Sri Lanka, avrà certamente notato come nel tempo (sono passati ormai 5 anni dal violento maremoto), gli eventi si siano susseguiti inesorabilmente, a volte anche insperatamente, in quella terra lontana, martoriata dalla natura e dall’uomo in perfetta sincronia. Quasi fosse meglio digeribile l’ineluttabilità dello tsunami, però, le atrocità più gravi e intollerabili rimangono quelle perpetrate dall’uomo contro l’uomo. La guerra civile, come se questo ossimoro avesse un senso, dilaniava i superstiti del cataclisma con precisa e diabolica efferatezza, come parte del disegno malvagio di un anti-demiurgo che, per puro caso, avesse scelto quel popolo affinché gli offrisse i suoi primogeniti. Ebbene, col tempo le cose cambiano e non sempre peggiorano. O almeno, non solo. Nel mese di Giugno ricevemmo una lettera di Prebha con la quale ci comunicava che la guerra era finita e che, nonostante problemi ancora enormi, le cose stavano tornando alla normalità. Ma la strada che collega Vaddukoddai a Jaffna era ancora impraticabile, per via delle mine e dei posti blocco, ed a Jaffna stava fermo l’autobus che, da oltre tre anni, era in attesa di poter raggiungere la Canaan Children’s Home (l’orfanotrofio) presso cui doveva entrare in servizio.

Ora finalmente l’autobus (il “Journey”) è arrivato. E’ stato il primo autobus non militare a percorrere quella strada. Sembrerà una cosa da niente a noi tranquilli e comodi occidentali che, anzi, quando vediamo un bus sulla strada ci scocciamo per via della sua lentezza, ma in realtà è un grande evento. Il Journey che viaggia è la realizzazione di un sogno, di un desiderio chiamato “normalità”, una speranza che noi non possiamo più immaginare, ma forse solo intuire, dalle parole e dalla gioia di Prebha.

Vaddukoddai (Sri Lanka), 06 Ottobre 2009Vi mando alcune foto, in modo da poter vedere ciò che abbiamo fatto fino ad ora. Alcune di queste possono essere una ripetizione di quelle già inviate in precedenza. I bambini stanno bene. Sto mettendo due ragazze a Colombo con uno dei miei cugini benestanti per dare loro qualche perfezionamento nella manutenzione della casa, nel cucinare, ecc., insomma tutte bimba1quelle cose che una donna deve fare con delicatezza. Vi ringrazio per aver pregato affinché l’autobus sia stato riportato a Jaffna. Il nostro è stato il primo autobus che ha percorso la strada ed io la prima donna a percorrerla su un convoglio! E ‘stato sensazionale! Un’esperienza di vita!

A più tardi. Amore e benedizione. Bukku (Prebha)

 





Sri Lanka: l’alba di un futuro?

17 06 2009

Sì non è più guerra né suono di guerra! Dio è onnipotente. Il grande diluvio è finito, ma c’è un ancora una pioggerellina. I check point sono più intensi a Colombo; sto ancora lottando per ottenere il permesso di andare a Colombo; con il pulmino potrebbe essere un problema se i militari trasportano persone da Colombo a Jaff; le strade sono pesantemente minate, 50 metri su entrambi i lati per 90 miglia da Vavuniya a Jaff. Lo sminamento è già iniziato ma ci potrebbero volere altri 2-3 mesi per consentire al pubblico di utilizzare la strada.

I tempi sono cambiati in Sri Lanka, e sono entusiasta di proteggere migliaia di orfani dall’ultimo rimasuglio di guerra. Il Signore mi ha mandato il sogno di 20-30 orfani condotti alla nostra porta dal Pastore. Un sogno che non mi ha mai lasciato in queste ultime tre settimane. Era in piedi come un pastore al nostro cancello con i bambini e spingeva per entrare. Il cancello era chiuso dall’interno e attraverso le sbarre ho visto il volto di Gesù. I suoi occhi mi dicevano: “Solo se apri il cancello posso mandarteli”. La mia risposta silenziosa è stata: “Di quale responsabilità sono accusata?” Lui non rispose, come se non fosse un tema così importante. Tre volte ho fatto la stessa domanda e per tre volte la sua risposta è stata la stessa. Mi sono svegliata dal pianto e mai ho avvertito un simile bisogno nell’anima.

Ho affrontato i funzionari per prendere questi bambini, almeno alcuni di essi. Ora stanno valutando le informazioni su di loro perché sono definiti “terroristi”! Una volta che tutto sarà chiarito prenderanno in considerazione l’idea di affidarceli.

Ho pensato alla zona di Uduvil per far iniziare una nuova vita ai nuovi ospiti perché hanno bisogno di essere completamente diversi da quelli di qui. Le storie che sentiamo dalla gente che arriva dalle zone di guerra sono terribili. So che dobbiamo toccare temi spirituali per riportare le loro anime ad un livello normale. Il lavoro spirituale sembra colossale e ho bisogno di persone che possano pregare e lottare contro i demoni della paura, della depressione, del dolore, dell’odio, della delusione, del rifiuto, della solitudine, dello shock, dei traumi ecc. Si sa cosa viene fornito all’unico superstite di una famiglia, quando è un bambino!

Naturalmente, in primo luogo vi è la costruzione da terminare, pensando ai mobili e a tutto il resto. Mi aspetto che il Buon Pastore provveda! Giusto? Dopo tutto, egli li ha portati alla nostra porta! C’è bisogno di preghiera qui.

Vi invio una foto di Angel. Lei è come tutti i bambini! Dolce e salato; agonia ed estasi; tutto in una bolla d’amore! Guardate, mi sono addormentata prima che lei abbia finito il suo succo di frutta! Amore e benedizione.

Prebha





Notizie da Cuba

15 06 2009

Carissimi amici, è un po’ che sono tornata dal fantastico viaggio all’Avana, ma solo ora trovo il tempo per raccontarvi di questa esperienza o, meglio, solo ora riesco a parlare delle emozioni vissute.

Come sapete sono stata a Cuba dove con 10 amici genovesi ho organizzato un evento culturale per ricordare l’opera artistica di mio fratello Enzo. Questo progetto molto ambizioso, visto la distanza, è stato un grande successo.

Oltre alla mostra di quadri, abbiamo allestito un laboratorio didattico con i bambini della scuola primaria e una performance TEATRALE che ha coinvolto attori italiani e cubani; è stata una bella opportunità ricca di rapporti umani e di forti emozioni.

Questo viaggio, inoltre, è stato l’occasione anche per andare a salutare gli ospiti del Convento di Belen, sono rimasta sbalordita dall’accoglienza che ci hanno tributato.

Vi spiego: Francesco Contino, vostro intermediario con il centro riabilitativo, ha annunciato il nostro arrivo come visita ufficiale dei Volontari del Soccorso di Rapallo, e in effetti io con mio marito Ettore in veste di soci siamo stati avvolti da un forte applauso e caldi abbracci, l’emozione è stata veramente forte, e avrei voluto che tutti voi foste lì con noi per vivere tanta condivisione. Vi allego le foto di questa giornata speciale, e se vorrete a voce riuscirò a spigarvi meglio la mia commozione per aver ricevuto una così bella accoglienza.

Il Direttore del CONVENTO di BELEN desidera ringraziare il Presidente Giorgio e tutti Volontari per l’aiuto ricevuto lo scorso anno, ed è fiducioso in una prossima collaborazione; a tale scopo vi invia il suo indirizzo di posta elettronica  per facilitare la comunicazione.

Da quando sono tornata a Rapallo il mio pensiero corre spesso a rivivere gli intensi momenti passati con queste persone che in pochissimo tempo sono riusciti a catturare la mia simpatia e affetto, i loro sguardi mi hanno accarezzato il cuore e vorrei trasmettervi questa emozione, ma voi sicuramente così abituati a darvi agli altri sapete di cosa parlo… vero?

MA QUESTO POPOLO HA QUALCOSA DI AFFASCINANTE… Scusate mi sono dilungata molto ma non ho la capacità della sintesi quando si tratta di sentimenti…

Spero di vedervi presto, vi abbraccio tutti con simpatia e amicizia.

Katia Carioti





Natale in Sri Lanka

28 01 2009

Il Natale a Vaddukoddai è come un’oasi. Nei deserti della vita ogni tanto ci sono delle oasi. E il Natale è una di queste. Al di là del significato prettamente religioso che, senza offendere nessuno, ormai non ha più nessuna importanza, il giorno del Natale è come un guscio all’interno del quale, per qualcuno, ogni volta rinasce la normalità, anche se ci troviamo nel bel mezzo di un mondo fatto d’odio e violenza. Persino nelle situazioni più estreme come quella dei “nostri” ragazzi dello Sri Lanka. Un guscio resistente ma fragile allo stesso tempo. Ha breve durata e, quando naturalmente si sfalda, tutta la vita che contiene rischia di ricadere nel vortice di spietatezza che risucchia ogni desiderio. Leggiamo con delicatezza queste dolci testimonianze e stiamo pronti a unire i palmi delle mani a conchiglia, intorno ai nostri pulcini, per sostituirle al guscio del Natale un attimo prima che esso si sgretoli, portando via con sé, ancora una volta, ogni speranza di futuro. Insieme possiamo farcela. Almeno proviamoci. Per aiutarci cliccate qui. Grazie.

Christmas in Vaddukoddai is like an oasis. In the deserts of life sometimes there are oases and Christmas is one of them. Beyond the purely religious meaning that, without offending anyone, now has no significance, the day of Christmas is like a shell within which normality is reborn each time, even if we are in the midst of a world of hate and violence. Even in the most extreme situations such as that of “our” boys in Sri Lanka. A shell resistant but fragile at the same time. It was short and, when is crumbling, all the life it contains could fall into whirlpool of ruthlessness that takes all. We read these sweet testimonies and we are ready to join the palms of the hands in the shell, about our little chicks, to replace the shell of Christmas before it fails, carrying away with it, once again, all hope for the future. Together we can do it. Click here to help us. Thank you. 

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Dear President and all the Volunteers and Andrea, It has taken me a while to get photos ready to send by email to you. Sorry for the delay. The children wanted to write their own thing to you so; along with their photos they have written a message. Prebha. (Caro Presidente, Volontari, Andrea, ho avuto po’ di tempo per procurarmi le foto da inviarvi via e-mail. Scusate il ritardo. I bambini hanno voluto scrivere le loro cose personalmente così, insieme alle loro foto, hanno scritto un messaggio. Prebha.)                                       

immagine1I am JENATHANAN.I am the tallest in the group. So I had to decorate the top of the Christmas tree and the bells and balls hanging from the roof. It is now 3.30 a.m. Christmas morning HAPPY CHRISTMAS!!!  (Sono JENATHANAN. Sono il più alto del gruppo. Così ho dovuto decorare la parte superiore dell’albero di Natale, le campane e le palline da appendere il tetto. Sono le 3,30 del mattino di Natale. BUON NATALE!!) 

immagine2Hi!! Merry Christmas to you all! It 3.00 a.m. on Christmas day remember the mango tree outside the home. I am trying to put electric lights on the mango tree to make it look christmasy-ha ha! Sri Lankan Christmas tree!!! Me-Sasitharan.!!! (Ciao! Buon Natale a tutti voi! Sono le 3:00 del giorno di Natale come ricorda l’albero di mango fuori della casa. Sto cercando di mettere luci elettriche sul albero di mango per conferirgli un aspetto natalizio! L’albero di Natale dello Sri Lanka!!! Me-Sasitharan.) 

immagine4Yuhanesan wishing you Merry Merry Christmas! Me tying up the glitter balls to hang from the roof I am having fun with these decorations. Me like to be Santa someday.(Yuhanesan vi augura buon Natale! Sto unendo le palline luccicanti da appendere al tetto. Mi sto divertendo con queste decorazioni. Mi piacerebbe essere Babbo Natale un giorno.)

immagine6Baby  Angel  having  a  laugh with the balloons! (Un piccolo Angelo si diverte con i palloncini!)  immagine71 

 

 

 

 

Kids before their Christmas Party!! (I bambini prima della loro festa di Natale!!) 

immagine10Thank you to all for making our Christmas a very merry one. We love you all. Canaan Kids. (Grazie a tutti per rendere il nostro Natale un bellissimo Natale. Vi vogliamo tutti bene. I bambini della Canaan Children’s Home Vaddukoddai – Sri Lanka)  

 Chi desiderasse vedere la lettera originale può scaricarla cliccando qui.





Metti una sera a cena

19 12 2008

Immaginatevi un gruppo di persone intorno a un tavolo. Una sera. A cena. Una chiassosa comitiva composta da 31 invitati, insolitamente accomunati dall’essere nati tutti nello stesso anno: il 1949. La classica “cena di leva” insomma. Bene, immaginateli nell’atmosfera tipicamente serena e goliardica di un evento la cui liturgia, seppur ripetuta ogni anno, da tanto tempo, conserva l’ingenua aspettativa di un’infantile emozione. Pensateli lì, tra i piatti vuoti, i bicchieri pieni e le briciole sulla tovaglia, a parlare delle loro vite, delle loro avventure e dei loro progetti; siamo un attimo prima che arrivi il dolce, praticamente quasi alla fine, quando la pancia è piena ma qualcosina ancora ci sta. Ce li vedete? Perfetto. Adesso lasciamoli per un momento alla spensieratezza del meritato baccanale che, come avremo modo di capire, non sarà tempo sprecato, e silenziosamente chiudiamo la porta della sala da pranzo. Clack. Usciamo fuori, al freddo ovattato di una serata di fine Novembre nel cui silenzio, come sempre, Rapallo dorme già.

Immaginatevi ora il Kenya. Sì, avete capito bene, ho detto proprio il Kenya, lo Stato africano. Bisogna fare un salto mentale mica da ridere, lo so, ma suvvia ce la possiamo ancora fare. Dài. Avete presente l’Africa? E’ quel continente a forma di triangolo rovesciato che sta proprio sotto di noi, nel senso di sud, e del quale non si parla quasi mai perché, effettivamente, riuscire a farlo con la dovuta coscienza mette sempre un po’ in imbarazzo. Dà quasi fastidio, se capite quel che voglio dire. E’ assurdo ma è così, facciamoci caso: ultimamente si è parlato più di Marte che dell’Africa. Spendiamo miliardi di dollari per cercare l’acqua su Marte quando ne basterebbero molti, ma molti di meno per portarla in Africa, l’acqua, visto che noi ce l’abbiamo e gli africani no. Con buona pace dei marziani. E invece niente. Andiamo su Marte, noi, che fa più figo. Certo che siamo strani…

Comunque il Kenya, per chi lo ignorasse, fa ancora parte del banale pianeta Terra, sul quale occupa un territorio a forma di pentagono pressoché regolare che si affaccia sull’Oceano Indiano, nel lato orientale del continente dimenticato. Nairobi ne è la capitale, forse l’avete sentita nominare, così come Mombasa e Malindi sono le località turistiche più famose e sfruttate dagli occidentali, ma anche dagli orientali, e dai settentrionali, ecc. ecc. (tanto per dirne una: sapete come si dice Mombasa in kiswahili? si chiama Kisiwa Cha Mvita, abbreviato in Mvita, che significa “isola di guerra”… Forte vero?). Vabbè, lasciamo perdere i commenti, altrimenti non la finiamo più, e abbandoniamo il Kenya turistico per spingerci un po’, anzi un bel po’ all’interno. Saliamo sulle montagne, oltre i 2000 metri di altezza, e raggiungiamo due località dimenticate dalla nostra geografia: Ol Kalou (2.400 metri) e Naro Moru (2.200 metri). In quei luoghi sperduti esistono, che ci crediate o no, due missioni cattoliche, distanti 250 km l’una dall’altra. Gestite da suore italiane coadiuvate da personale locale, sono, per così dire, completamente autosufficienti, nel senso che producono da sé tutto ciò di cui hanno bisogno (possiedono terreni da coltivare, mucche, pecore, capre, galline, conigli, ecc.). Le due strutture ospitano, complessivamente, circa 300 bambini disabili ai quali offrono, oltre che una scuola, un centro di fisioterapia riabilitativa e un’officina ortopedica per la costruzione delle protesi. Ricevono pazienti con handicap fisici provenienti da tutto lo Stato, di età compresa tra 0 e i 20 anni, e li tengono presso di loro anche per lunghi periodi di tempo (fino a 10 anni), in relazione alle esigenze delle terapie. Nel frattempo la scuola interna provvede al loro percorso educativo. Niente male per un posto mediaticamente più lontano di Marte, vero? Però c’è sempre un però: una volta giunti alle missioni, infatti, i piccoli pazienti colpiti da patologie malformative (nella maggior parte dei casi si tratta di piedi torti, coxa vara, ginocchia valghe e vare, morbo di Blount, displasie ossee, esiti di gravi ustioni, scoliosi, ecc) dovrebbero essere visitati da chirurghi specializzati e, se del caso, operati in un ospedale attrezzato (i più vicini sono quello di North Kinangop, per la missione di Ol Kalou, e quello di Nyeri per la missione di Naro Moru). Purtroppo i due centri missionari, per quanto efficienti, non dispongono di personale medico adeguatamente preparato a valutare ed intervenire sui bimbi, anche perché i sanitari degli ospedali locali, con tutta la buona volontà, hanno altro a cui pensare che recarsi in località distanti centinaia di km, sull’altopiano del Kenya. Quindi l’utilità delle missioni, senza medici competenti, sarebbe gravemente compromessa. Che fare? Secondo voi questo problema si potrebbe risolvere senza che qualcuno ci metta il cuore? Io penso proprio di no.

E infatti, sentite un po’ cosa succede: esistono equipe composte da chirurghi e anestesisti volontari italiani (buona parte genovesi) che si recano alle missioni due volte l’anno. La prima volta (nel mese di Gennaio per Naro Moru e nel mese di Febbraio per Ol Kalou) i medici controllano i pazienti inseriti in “nota operatoria” e poi si recano, insieme a loro, all’ospedale di zona dove gli viene riservata la sala operatoria per 15 giorni. I chirurghi operano continuamente, dal Lunedì al Sabato, mattina e pomeriggio, e poi tornano alla missione Domenica per controllare gli operati; dal Lunedì successivo si recano di nuovo all’ospedale dove riprendono a operare, senza tregua, per un’altra settimana. Terminati gli interventi, i sanitari danno le istruzioni ai fisioterapisti locali sulla gestione dei vari decorsi post operatori e tornano in Italia. Nessun ortopedico vedrà più i piccoli pazienti (se non via e-mail) fino a quando, successivamente, una seconda equipe medica tornerà alle missioni (a Settembre – Ottobre) per le visite di controllo e per preparare la nuova lista operatoria, relativa ai successivi Gennaio e Febbraio. E così via, da oltre vent’anni. Volontariamente, spontaneamente, silenziosamente. Non lo trovate straordinario?

Tutto questo popò di fiaba (che poi fiaba non è) ci è stata raccontata da uno di loro, un chirurgo ortopedico che da molto tempo fornisce il suo prezioso contributo a questa fantastica avventura. Il suo nome è Gian Maria Valle, forse lo avete già sentito nominare anche perché, guarda caso, è pure il Presidente del Comitato Festeggiamenti Montepegli 2000 (com’è, come non è, loro ci sono sempre). Lo abbiamo conosciuto in occasione dei vari incontri che hanno visto Montepegli e i Volontari scambiarsi collaborazioni e strette di mano, culminati nel Settembre di quest’anno quando ci hanno donato una fiammante Fiat 500 per il servizio di Guardia Medica. Sono le autorevoli parole del possente e simpatico Gian Maria, dunque, ad informarci che tutta l’organizzazione di cui abbiamo appena parlato fu fondata, nel 1984, dal Prof. Silvano Mastragostino, allora primario della 2° Divisione di Ortopedia e Traumatologia del Gaslini di Genova. Il professore capì subito l’importanza di poter lasciare in buone mani gli operati e perciò forzò al massimo la formazione dei fisioterapisti locali; intuì, inoltre, quanto fosse indispensabile la presenza in loco di tecnici che potessero costruire le protesi ai piccoli pazienti e si avvalse dell’esperienza e della capacità del Sig. Primo Bertuzzi di Genova, titolare dell’Officina Ortopedica Ligure, il quale, oltre ad istruire gratuitamente il personale nelle missioni, ospitò a Genova tecnici kenyoti per prepararli al meglio e inviò in Kenya diversi macchinari della sua officina, tuttora perfettamente funzionanti. Sia il Prof. Mastragostino che il sig. Bertuzzi sono deceduti da alcuni anni, rimanendo sino all’ultimo legatissimi alle due missioni africane dove vengono ricordati con immenso affetto. A sostegno dell’iniziativa, il prof. Mastragostino fondò, nel 1996, un’associazione ONLUS, la “GOA” (Genova Ortopedia per l’Africa),  ora intitolata allo stesso “Silvano Mastragostino“, che gestisce a tutt’oggi l’organizzazione dei viaggi, mantiene i contatti con le Università alla ricerca di giovani medici volontari e acquisisce fondi a sostegno di questa grande opera.

Le necessità, a parte quelle mediche, come potete immaginare, sono enormi: la povertà regna sovrana appena si esce fuori dalle città più importanti ma, volendo, anche all’interno delle stesse (basterebbe uscire dai villaggi turistici per accorgersene). Quando i medici tornano alle missioni vengono sistematicamente subissati dalle richieste extra sanitarie: lo scorso anno, per esempio, vi era quella di rifornire di banchi e coperte una scuola di bimbi sordomuti fondata dalle stesse suore della missione di Ol Kalou; quest’anno, invece, c’è la necessità di 75 giacche per i bambini della scuola di Ol Kalou (solo quelli piccoli perché i grandi le hanno già) e 100 giacche in pile per i bambini del centro disabili di Naro Moru. Sono richieste, queste, che in effetti esulano un po’ dalla matrice originaria delle missioni, le quali vivono essenzialmente grazie alle donazioni volontarie che giungono per lo più dall’Italia e che i medici portano in Kenya quando vi si recano, ma che, in ogni caso, non possono lasciare indifferenti le persone sensibili, quelle col cuore grande, quelle speciali. E di persone speciali, in giro, ce ne sono molte, credetemi. Più di quanto si pensi.

A proposito: comincia a far freddo qui fuori ed è giunto il momento di rientrare nel ristorante, dove abbiamo lasciato i 31 ragazzi del 1949 a festeggiare il loro incontro di leva. Riapriamo la porta e diamo un’occhiatina a quel che succede. Ma in silenzio, mi raccomando, non facciamoci scoprire. Dunque, a quanto pare hanno spazzolato via pure il dolce, direi senza troppa fatica, e adesso c’è uno di loro che sta raccogliendo del denaro. Ma non è quello per pagare il conto. No, è una somma da destinare in beneficenza. Proprio così. Quelle sono persone speciali, ve l’avevo detto io, e tra di loro, senza nulla togliere agli altri, ve n’è una che, oltre alla sensibilità, ha anche l’opportunità di trasformare le buone idee in fatti concreti. Il suo nome non ve lo dico (perchè la sua sensibilità è inferiore solo alla sua modestia) sappiate però che ha a che fare in maniera diretta, molto diretta, con i Volontari del Soccorso di Rapallo (com’è, come non è, anche i Volontari ci sono sempre). I 31 del ’49, insomma, stanno facendo una bella colletta – 250 euro tondi tondi – che consegnano al misterioso esponente dei Volontari affinché li destini in opere di beneficienza. Quest’ultimo dichiara subito le sue intenzioni circa quel denaro: metà, ossia 125 euro, andrà alla Ricerca sul Cancro (della quale, purtroppo, c’è sempre più bisogno) e la rimanenza sarà devoluta, pensate un po’, all’ONLUS “Silvano Mastragostino” di Genova che, ormai, conosciamo molto bene. Ma non solo. L’obiettivo che ci prefiggiamo, immediatamente condiviso da tutti, è quello di riuscire ad acquistare le giacche, tutte le giacche, per i bambini delle missioni, magari con l’aiuto dei cittadini più generosi. Che ne dite? L’idea è forse un po’ ambiziosa, ci vorranno alcune migliaia di euro, ma dopo aver conosciuto una realtà straordinaria come quella dipinta dalle entusiaste parole del Dott. Valle ci è venuta voglia di fare qualcosa di più.

E’ difficile da spiegare, ma certe cose funzionano così: quando ne vieni a conoscenza ti fregano. Punto. Ti pigliano all’improvviso, con l’anima assorta e i pensieri altrove, e ti seminano dentro un’esigenza strana, quasi un’angoscia da cui non riesci più a liberarti. Lo scopri dopo, quando è ormai troppo tardi. Quando devi, ma devi veramente fare qualcosa di concreto per essere felice. Non so se capita anche a voi. Probabilmente sì. A quei 31 che stanno uscendo dal ristorante dev’essere andata proprio in questo modo. Li abbiamo spiati di nascosto per tutto questo tempo ed ora è giunto il momento di salutarli, uno ad uno, se non altro per ringraziarli. Mettiamoci sulla porta e guardiamoli passare. Eccoli qua: Guido, Roberto, Gianluigi, Enrico, Antonio, Mauro, Luciano, Leopoldo, Giancarlo, Lino, Angelo, Salvatore, Elio, Gianni, Paolo, Vincenzo, Cesare, Nicola, Alfieri, Ombretta, Pina, Anna, Orietta, Daniela, Michela, Anna, Claudio, Giovanni, Francesco, Pier Giorgio e, infine, l’organizzatore dell’evento, l’inossidabile, immarcescibile, inimitabile Walter Cardinali. Sono questi i ragazzi del ’49, che l’anno prossimo festeggeranno un bel compleanno a cifra tonda ed ai quali formuliamo, già ora, tutti i nostri migliori auguri.

Se qualche fortunato coetaneo volesse partecipare alla prossima cena, che già si preannuncia eccezionale, può fin da subito mettersi in contatto con noi, al tel. 0185 26.26.26 oppure via e-mail all’indirizzo info@volontarirapallo.it, e  riceverà tutte le istruzioni necessarie.

Se invece non siete nati nel 1949 ma vi è piaciuta la nostra storia, e il nostro progetto, e adesso avvertite quell’irrefrenabile istinto di dover fare qualcosa, qualcosa di serio, non preoccupatevi e non agitatevi. E’ normale: siete solamente persone speciali. A volte capita. In questo caso vi basterà cliccare qui per sentirvi meglio.

Nel frattempo, buon Natale a tutti.





Mail from Sri Lanka

12 12 2008

Dear Andrea, The President and all the Volunteers, Thank you for the money we have received for the months of October and November. We buy all our rice, sugar, flour milk powder and other dry food for every month with the money you send us. That is why I was worried when the October money got delayed. Because after the 28th of each month the food that is retained for our home will sell out if we don’t buy it. Anyway, I am so happy and relieved that it finally came.

I have finally set up email service in the house itself. you can message me at this email address. The path to Colombo is slowly opening. We are very excited about it because we can bring the bus from Colombo by road rather than by ship.

How are you? would love to see u again. Hope next year will be possible to have you in Jaffna. All the kids send their love and kisses.

Love, Prebha

–.–

Do not add more, some words need no comment. I merely point out that as a gesture for us has become almost obvious, what is the payment of monthly installment of adoption, for our friends is extremely important and extraordinary. I dare not say “vital”, for not oversized our help, but I think that the word “important” to be exact. The proof is the concern that has characterized the delay in October, caused by an internal problem, and the consequences that could arise.

The virtue of perseverance once again reveals his silent preciousness. It’s easy to start the great works, perhaps under the spotlight or on the pages of newspapers, but it is very difficult to continue over time, day after day, the repetition of a gesture accounting become part of routine, despite everything. We are doing. In a manner so quiet that not even notice it anymore. But sometimes the distant smiles of Prebha remind it us. Prebha, thanks and good luck to you all. The best hope we can make is that one day you have not ever more need our help. See you soon (and sorry for my bad english).

–.– –.– –.–

Cari Andrea, Presidente e Volontari tutti,

Grazie per il denaro che abbiamo ricevuto per i mesi di Ottobre e Novembre. Noi acquistiamo tutto il nostro riso, lo zucchero, la farina, il latte in polvere e gli altri alimenti ogni mese con i soldi che ci inviate. Questo è il motivo per cui ero preoccupata quando il denaro di Ottobre ha ritardato. Perché dopo il 28 di ogni mese il cibo che viene conservato per la nostra casa viene venduto ad altri se noi non lo acquistiamo. Comunque, sono felice e sollevata che finalmente sia arrivato.

Ho finalmente istituito il servizio di posta elettronica nella casa. Mi potete scrivere a questo indirizzo e-mail. La strada per Colombo si sta lentamente aprendo. Siamo molto entusiasti, perché possiamo portare l’autobus da Colombo su strada piuttosto che con la nave.

Come state? Mi piacerebbe vedervi di nuovo. Spero che il prossimo anno sarà possibile avervi a Jaffna. Tutti i bambini vi inviano il loro amore e i loro baci.

Con amore, Prebha

–.–

Non aggiungo altro, certe parole non hanno bisogno di commenti. Mi limito a sottolineare come un gesto che per noi è diventato quasi scontato, qual è il versamento della quota d’adozione mensile, per i nostri amici sia estremamente straordinario ed importante. Non oso dire “vitale”, per non sovradimensionare il nostro aiuto, ma credo che l’aggettivo “importante” ci stia tutto. Prova ne sia l’apprensione con cui è stato percepito il ritardo d’Ottobre, causato da un disguido interno, e le conseguenze che ne potevano derivare.

La virtù della costanza ancora una volta ci rivela la sua silenziosa preziosità. E’ facile iniziare le grandi opere, magari sotto i riflettori o sulle pagine dei giornali; il difficile è continuarle nel tempo, giorno dopo giorno, nella ripetitività di un gesto contabile diventato parte dell’ordinario, nonostante tutto. Noi ci stiamo riuscendo. In maniera talmente silenziosa che nemmeno ce ne accorgiamo più. Però, ogni tanto, i lontani sorrisi di Prebha ce lo ricordano. Grazie Prebha e buona fortuna a tutti voi. L’augurio più bello che possiamo farvi è che un giorno non abbiate più bisogno del nostro aiuto. A presto.

Se qualcuno volesse parlare a Prebha può scrivere sul blog (speriamo tanto che Prebha intervenga direttamente) oppure inviare il suo messaggio a info@volontarirapallo.it. Provvederemo immediatamente ad inoltrarlo alla destinataria.





Una bella (e vera) fiaba italo-cubana

19 08 2008

C’era una volta (a dir la verità c’è tuttora e le auguro di esserci ancora per un bel pezzo ma le fiabe, si sa, iniziano così, quindi mi perdonerà se uso il passato), c’era una volta – dicevo – una nostra socia dal nome Katia. Era costei la sorella di un Volontario di vecchia data, Remo, uno di quelli che se la P.A. fosse un edificio, lui sarebbe uno dei mattoni più grossi, più forti e più “portanti”, non so se mi spiego.

Comunque, un bel giorno Katia parte per un viaggio. Un viaggio che la porterà nell’Isla Grande per definizione, l’isola caraibica che per storia, carattere, coerenza, ostinazione e voglia di essere sé stessa è, forse, unica al mondo: sì, un bel giorno Katia parte per Cuba. Lo scopo è quello di organizzare, all’Havana, una mostra d’arte in onore di un suo secondo fratello, prematuramente scomparso, Enzo Carioti, un artista di grande talento le cui opere non smettono di guadagnarsi la meritata ammirazione e per la cui diffusione è nata un’apposita associazione culturale (Associazione Culturale “Enzo Carioti”).

Potrà sembrare superfluo, ma dobbiamo ricordare che Katia non è una semplice turista che va in giro per il mondo a prendere il sole nei villaggi vacanze o a fare shopping nelle vie dei centri commerciali. Katia è una di quelle persone che quando viaggiano si portano sempre appresso almeno due bagagli: uno visibile e pesante (che al check-in fa sempre perdere un sacco di tempo); l’altro invisibile e leggero, che nessun detector potrà mai scovare, giacché se ne sta zitto zitto nascosto in fondo al cuore: ed è il senso della solidarietà umana che contraddistingue ogni persona che sappia cosa sia il volontariato. Ebbene, con le sue due valigie Katia s’imbarca, nella primavera del 2008, su di un aereo diretto a Cuba. A riceverla, all’Havana, troverà un suo vecchio amico, una persona speciale, molto molto interessante. Si chiama Francisco Contino (è italiano ma risiede nell’isola per la maggior parte del tempo) e, pure lui, nel suo cuore reca un bagaglio particolare, custodito gelosamente da parecchi anni, dal nome: Shiatsu-Do. Francisco, infatti, è il responsabile dei progetti internazionali dell’Associazione di volontariato Onlus Shiatsu-Do Italia e si occupa del “Progetto Cuba” dal 2003.  So che, ai più, la prima cosa che verrà in mente sentendo la parola Shiatsu sarà senz’altro il massaggio. Ma, credete, questa è anche il modo più superficiale e riduttivo per definire un’antichissima disciplina orientale il cui scopo è il benessere e l’equilibrio energetico. Lo Shiatsu-Do è un vero e proprio percorso evolutivo che valorizza le risorse vitali di ambedue le persone coinvolte (il massaggiatore e il massaggiato), consentendo di raggiungere straordinari effetti benefici. Comunque, per Francisco lo Shiatsu-Do è soprattutto una missione, una pratica sociale da diffondere come esperienza non individuale ma collettiva, culturale ed esistenziale, specialmente nelle realtà emarginate (carceri, centri sociali, ospedali, comunità di recupero) e senza pregiudizi, affinché le diversità diventino risorse per realizzare il proprio autonomo ed irrinunciabile progetto di vita. Tutto questo, manco a dirlo, Francisco lo fa gratuitamente. (Per approfondire potete leggere direttamente le sue parole cliccando qui).

Katia quindi incontra Francisco a l’Havana e lui inizia a parlarle della sua opera di volontariato, dei suoi progetti, delle difficoltà che a Cuba rendono irraggiungibili cose che, altrove, sarebbero molto più semplici, della mancanza di risorse economiche e di quanto, nonostante tutto, la gente sia generosa. Poi le racconta di un convento, il meraviglioso convento di Belén, vicino all’Havana, le cui antichissime mura ospitano un centro per anziani e bambini disabili e dove viene praticato lo Shiatsu-Do con grande successo e calorosa accoglienza.

Katia non si fa certo pregare per andare a vederlo e, quando succede, pochi giorni dopo, davanti ai suoi occhi si spalanca un mondo tutto nuovo e colorato. Fatto di sacrifici e difficoltà, certo, ma ben compensati da uno spirito e da un’energia vitale straordinari. Sempre tramite Francisco, Katia viene a sapere che al convento ci sarebbe bisogno di una carrozzina particolare per un bambino affetto da una grave malformazione. Non si tratta di una semplice sedia a rotelle, ma di una vera e propria protesi ambulante con la quale il bimbo potrebbe affrontare le ripide salite della vita in maniera, se non altro, più dignitosa. Ma, ahimè, non vi sono soldi a sufficienza per poterla acquistare e le istituzioni, per quanto attente, non sono in grado d’intervenire.

E’ in quel momento che il bagaglio di Katia, quello del cuore, si apre e ne esce una voglia irresistibile di fare qualcosa. Ed è sempre nello stesso momento che, come il sole all’alba, entriamo noi ad illuminare e scaldare il panorama dei suoi pensieri. E non vi usciremo che alla fine della storia.

Katia torna in Italia e riferisce del suo viaggio al fratello Remo. Lui ne parla a noi, in sede di consiglio: ci attiviamo, contattiamo Francisco cercando di capire cosa gli serva esattamente. Lui arriva a Rapallo, lo incontriamo e, davanti a un buon caffè, ci spiega nei dettagli il problema e la sua possibile soluzione. La carrozzina esiste, certo, ma costa circa 1.000 Euro. Bene, ora abbiamo un dato importante, fondamentale: praticamente era ciò che volevamo sapere. Ci guardiamo negli occhi, interpelliamo il Tesoriere che si mette pure lui a guardarci negli occhi poi, senza tante parole, subentrano le azioni: si stacca un assegno della Banca Intesa-San Paolo (IBAN IT96 T030 6932 1120 0000 3876 006, se a qualcuno può servire), vi si scrive sopra il numero 1.000, sia in cifre che in lettere e lo si guarda bene per essere sicuri che non ci siano errori; il Presidente lo prende, lo guarda anche lui e lo firma; il Tesoriere fa altrettanto. Voilà, in trenta secondi il gioco è fatto.

Francisco ripartì per Cuba qualche giorno dopo con un assegno in più nel bagagliaio del cuore ma, paradossalmente, ancor più leggero di prima (stranezze delle fiabe); all’arrivo lo consegnerà, non senza emozionata soddisfazione (insieme ad un altro assegno da 500 Euro devolutogli dagli amici dell’AUSER Volontariato di Parma), nelle mani del Sig. Eusebio Leal,  della Direzione della Cooperazione Internazionale dell’Ufficio Storico della città dell’Havana, ente nazionale cubano il cui scopo istituzionale è quello di dirigere, facilitare e coordinare gli aiuti internazionali. Da lì alla carrozzina il passo sarà breve.

E fu così che, nel pieno dell’estate 2008, questa storiella entrò a far parte delle iniziative di “Volontari nel mondo”.  Essa vedrà il suo epilogo nel preciso istante in cui un bimbo sconosciuto del convento di Belén, grazie a noi, comincerà a vivere, forse non propriamente felice e contento – come esige il lieto fine di ogni fiaba – ma, sicuramente, meno infelice e più contento. E tanto ci basta.

Non dubitiamo che il nostro denaro sia servito ad un progetto relativamente modesto, soprattutto se paragonato agli altri che portiamo avanti, ma, d’altra parte, nemmeno dimentichiamo che, in certe realtà, la soluzione a molti bisogni assume i fantastici connotati di un sogno lontano ed irraggiungibile; un sogno che spesso solo una fata turchina o il bacio di un principe potrebbero trasformare in realtà. Lo diciamo senza presunzione, senza ironia e con tutta la modestia che ci contraddistingue, però lo diciamo. Perché questa storia, anche se moderna e vera, non potrebbe mai essere una bella fiaba se non contenesse almeno un sogno che si realizza.

Morale della favola: basta guardarci intorno un attimo per capire che, in fondo, su questo piccolo pianeta tutto è relativo. Ciò che per qualcuno è irraggiungibile per qualcun altro non è che un gioco da ragazzi. E viceversa. La vera difficoltà risiede nel saper individuare il momento esatto in cui la nostra presenza, o addirittura il nostro semplice pensiero, potrebbe diventare una bacchetta magica al servizio di qualcuno che nemmeno conosciamo. Il segreto sta tutto lì. Per riuscirci non è necessario essere santi, folletti, super eroi o annoiati filantropi, tutt’altro: è sufficiente saper ascoltare in silenzio – ma ascoltare veramente, in tutti i sensi e con tutti i sensi – i bisogni di chi incontriamo sul nostro cammino, anche i più piccoli e banali, per poi riuscire a compiere il miracolo di trasformarli in occasioni di straordinario benessere reciproco. Proprio come fa lo Shiatsu-Do dell’amico Francisco. E proprio come facciamo noi da 40 anni.

Se volete aiutarci ad impedire che le nostre ambulanze si trasformino in zucche, dopo la mezzanotte, potete cliccare qui.  Ve ne saremo eternamente grati.